The Restaurant of Order Mistakes: se delle comande sbagliate parlano di inclusione

C’è un ristorante a Tokyo dove chi ha ordinato un piatto, con ogni probabilità, se ne vedrà recapitare al tavolo un altro: è un esperimento d’inclusione e di sensibilizzazione alle malattie degenerative

In condizioni normali sono piatti che tornano in cucina con tanto di aspre lamentele da parte dei clienti: c’è un ristorante di Tokyo, però, in cui le comande sbagliate diventano metafora di rispetto della diversità e di inclusione sociale.

Non a caso il posto si chiama The Restaurant of Order Mistakes (in italiano: il ristorante degli ordini sbagliati, ndr) e ha fatto della possibilità che i piatti ordinati, non siano quelli che arrivano effettivamente al tavolo la sua filosofia. Chi accetta di sedersi a mangiare in questo ristorante di Toyosu, uno dei distretti più alla moda della città, insomma, è meglio che sia pronto a vivere esperienze culinarie, umane, relazionali completamente diverse da quelle prestabilite e prezzate da un menù alla carta. I proprietari, infatti, hanno affidato l’intera gestione a persone affette da forme più o meno gravi di demenza. La sfida? Portare un po’ di attenzione su un disturbo che ha un’incidenza maggiore di quanto si possa immaginare e che rende invalidante, sì, la vita di chi ne soffre, ma non del tutto.

Come nella maggior parte dei casi quando si tratta di disabilità, malattie invalidanti e degenerative, infatti, le sofferenze e i disagi causati dalla patologia sono rincarati da una società che non sembra avere gli strumenti materiali, e culturali prima di tutto, per affrontarle. Le persone, così, diventano la loro malattia e ci si dimentica del potenziale umano, conoscitivo, persino economico che possono avere a prescindere da quello che di loro racconta una cartella clinica.

Da qui l’idea dei ristoratori di Tokyo: anche chi è affetto da demenza è ben altro che la sua demenza e può e deve avere quell’identico ruolo sociale che avrebbe se le sue facoltà mentali non fossero compromesse. A partire dal lavoro. Chi non ha abbastanza familiarità con la ristorazione, infatti, forse non lo sa, ma gestire un ristorante è materia complessa e richiede strategia, visione, capacità di programmazione: qualche sbavatura così si perdona a tutti…sì anche quando le sbavature riguardano comande giuste da far arrivare al tavolo giusto.

La brigata del ristorante degli ordini sbagliati, insomma, ha dimostrato già molto superando la settimana di prova dello scorso giugno, preparandosi a funzionare in pieno regime per i mesi a venire e per un evento speciale previsto per settembre, nel giorno dedicato a livello internazionale ad Alzheimer e malattie degenerative (il 21 settembre, ndr).

Anche chi, seduto ai suoi tavoli, ha protestato per il dover mangiare un piatto di ravioli al vapore invece della zuppa di miso ordinata ha già dimostrato qualcosa: che sono l’incapacità di provare empatia che in qualche caso sfiora l’insensibilità e l’egocentrismo degli altri il vero handicap dei pazienti di questo tipo, e un po’ di tutta la società. Davvero poco cambia tra il cenare con un hamburger e farlo con dei noodles — proprio quello che è successo a Mizuho Kudo, foodblogger giapponese tra i primi a provare, con gusto, The Restaurant of Order Mistakes. Che a servirli siano persone affette da demenza, invece, può fare la differenza, sì, ed è una differenza che conta in una battaglia di civiltà.

L’esperimento di Tokyo tra l’altro è ispirato a una nota leggenda giapponese, quella del Ristorante dei Troppi Ordini (poi diventata un libro omonimo, ndr): due cacciatori di città si ritrovano persi in un bosco e hanno all’improvviso il miraggio di un posto, un ristorante, dove potersi rifugiare; entrati rimangono storditi dai troppi ordini che ricevono, salvo scoprire che è perché saranno cucinati, invece che essere serviti con piatti prelibati. Finale splatter a parte, questa storia e quella di The Restaurant of Order Mistakes hanno, insomma, la stessa morale: schierarsi dal lato della diversità è l’unico modo per comprenderla.

Virginia Dara

Ha sempre più parole di quelle che dice: è la descrizione migliore che abbiano mai potuto fare di me. Sarà perché tutto quello che non dico lo scrivo, da quando ero piccolissima e credevo di voler fare la giornalista e invece forse volevo solo fare la giornalaia. Così, in Rete mi trovate scrivere di comunicazione e di digitale (per lavoro), di libri (per passione) e di varie ed eventuali (un po' per necessità). Quando non scrivo leggo: qualsiasi cosa, dai bugiardini dei farmaci alle etichette delle bottiglie, tranne i gialli. Quando non leggo probabilmente sto pensando al mare: sono pur sempre un'isolana.

0 Commenti

Nessun Commento!

Non ci sono ancora commenti, ma puoi prima commentare questo articolo.

Lascia una risposta


Warning: Illegal string offset 'note' in /home/caffecar/public_html/newsandcoffee.it/wp-content/themes/dialy-theme/functions/filters.php on line 223
<

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.