Tifosi (e) professionisti ai tempi dei social

Quando Reputazione e Personal Branding passano per il tifo e per i social

I social network hanno sdoganato il concetto di “personal branding“, ma per quanto siamo abili a ripetere a memorie formule stantie sull’utilizzo dei social, credo che ancora non abbiamo capito come “essere tifosi ai tempi dei social“. Il tifo è sempre stato una zona franca, un po’ come mi ha confessato Enrico Brizzi in una recente intervista, “in curva ci sono l’operaio e il notaio. La curva è un ambiente democratico, è il posto dove il tornitore e l’avvocato contano uguale, perché non si è giudicati dal punto di vista del censo, ma da quello della lealtà. È chiaro che ci sono cose che a vent’anni ti sembrano cose buone e giuste. A quaranta non le sento più così vicina alla mia biografia quotidiana“. Verissimo, ma la curva è un codice a sé, la nostra vita quotidiana è un’altra cosa.

E la nostra quotidianità è fatta anche di social network, of course, di quello che leggiamo e scriviamo e dell’idea che ci facciamo di ognuno. Non mi stupirei se venisse fatta una ricerca empirica nella quale emergesse che la maggior parte dei “defollow” avvenisse per colpa del calcio. Intendiamoci, io non ho niente contro il calcio, anzi lo adoro e lo considero materia letteraria, ma proprio per questo non posso sopportare che diventi una zona franca su Facebook. Quella dove si può insultare l’avversario di turno, o il tifoso dell’altra squadra, o ancora l’arbitro, reo di non aver visto un calcio di rigore. Non è un problema di tematica, il calcio è pur sempre la più importante tra le cose meno importanti, ma di semantica. Si utilizzano, per il calcio, parole troppo pesanti, e come diceva Nanni Moretti, le parole sono importanti.

Ora immaginate se uno stimato professionista, un notaio, un medico, un commercialista o un imprenditore, usasse testuali parole su Facebook “Questi juventini di merda, sanno solo rubare” (cambiate pure la parola “juventini” con “interisti”, “romanisti”, “milanisti” ecc), non starebbe facendo un danno enorme al proprio personal branding? Accade tutti i giorni. Più volte al giorno. Sì ma. Sì ma niente. Si può essere tifosi senza lasciarsi andare ad espressioni che mai e poi mai useremmo per altre tipologie di discussioni? La risposta è sì. Nessuno è chiamato ad essere forzatamente sportivo, non sarebbe nemmeno troppo divertente. E i social devono essere anche divertenti. Ma pesare bene le parole sì. Ho la timeline piena di commenti pieni di astio tra tifosi, ma io mi fido davvero di un professionista che non comprende che tra i suoi dipendenti, partner e fornitori ci sono anche tifosi di altre squadre?

Sulla questione arbitri faccio persino fatica ad esprimermi. I professionisti di cui sopra chiedono a gran voce la radiazione o la sospensione di questo o quell’arbitro. Si sono mai chieste, queste persone, cosa accade dopo i loro errori che quotidianamente compiono? Viene chiesta la loro sospensione dal posto di lavoro? Ho apprezzato molto questa considerazione di Lorenzo Fontani, giornalista Sky, proprio nel giorno della festa del lavoro:

 

No, non si chiede a chiunque un atteggiamento diverso nei confronti del calcio, sarebbe impensabile. Si chiede ai professionisti di porre più attenzione alla loro esposizione social. Al tono di voce. L’insulto facile, lo scaricare colpe ad altri, non rientrano nelle doti che un leader dovrebbe avere. Voi vi fidereste di una persona che scarica sempre la colpa all’arbitro e non riesce ad ammettere che, oggettivamente, c’è una squadra (per la quale non faccio il tifo, così evitiamo ogni tipo di polemica preventiva) che sta dominando in Italia e in Europa? È così difficile? Sì, è complicato, perché puntualmente arriva un altro di quella fazione a infierire sulle proprie frustrazioni sportive, ma non è impossibile. È un buon esercizio. I poteri forti, Er sistema, il complotto, la sudditanza psicologica, sono discorsi che non aiutano la reputazione di nessuno. Sapete che idea mi faccio io di un professionista per il quale la colpa è sempre dell’arbitro? Che nel lavoro, nella vita quotidiana, cercherà sempre un capro espiatorio, e non si assumerà mai la responsabilità di un errore.

I social ci chiedono, oggi, di essere professionisti diversi. Di porre attenzione su quello che diciamo, su come lo diciamo. Di trattare il calcio con cautela. Non ci sono “zone franche” nella costruzione della propria reputazione e del proprio personal branding. Nemmeno sul web, sui social, su Facebook. Nemmeno quando torniamo bambini parlando della nostra squadra del cuore. Ma la differenza semantica tra “tornare bambini” e “comportarsi da poppanti” è evidente, no?

Cristiano Carriero

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