Tre appunti su Loro 1 in attesa del secondo capitolo

Dopo essersi fatto attendere a lungo, il film di Sorrentino incentrato sulla figura di Berlusconi ha già dato molto materiale su cui discutere

Premessa: è difficile, se non impossibile, riuscire ad analizzare – e quindi giudicare – in modo compiuto e sensato quella che di fatti è solo la metà di un prodotto unico. Loro 2 uscirà nelle sale cinematografiche il 10 maggio ed è lì che avremo una visione completa del Berlusconi (e del berlusconismo) secondo Sorrentino.

Detto ciò, tre brevi appunti di quello che è stato Loro 1 in attesa del secondo capitolo.

Loro

L’attenzione di Sorrentino per buona parte del primo capitolo di Loro si focalizza sulle vicende di Sergio Morra (interpretato in modo egregio da Riccardo Scamarcio). Nel film di Sorrentino non vengono quasi mai citati personaggi reali, le associazioni dirette, quando possibili, sono tutte lasciate a discrezione dello spettatore.
Dopo tutto, Loro 1 si apre con una citazione di Giorgio Mancanelli: “Tutto documentato, tutto arbitrario” a suggerire la natura di un film che non vuole essere documentaristico, quanto più finalizzato a discernere un fenomeno.
Sergio Morra è un giovane uomo di Taranto la cui carriera lavorativa non è ben precisata: “manager per future ragazze dello spettacolo”. Facendo sesso e pippando droga dalla schiena di una di queste ragazze, alla Wolf of Wall Street de noialtri, ha un’epifania suggerita dal tatuaggio a decorare il fondoschiena della escort: il viso di Berlusconi (già divenuto Servillo). Da qui tutta la scalata sociale per riuscire finalmente, tramite le sue ragazze, ad arrivare a Lui.

Tutta la prima parte infatti non vede mai Berlusconi, solo “Loro” contrapposti a lui. Giovani arrivisti, escort inarrivabili (Kasia Smutniak), ministri che vorrebbero minare alla sua figura da leader poi venirne irrimediabilmente schiacciati. Berlusconi diventa Lui, a caratteri cubitali persino sulle schermate dei cellulari. Loro invece sono il berlusconismo più becero che anni di Berlusconi hanno creato.

Lui

Berlusconi appare nella sua villa in Sardegna, dopo quasi un richiamo nevrotico: Silvio, dove cazzo sei?
Berlusconi, già maschera di Toni Servilo, è separato dal suo fenomeno. La macchina di Sorrentino si sofferma a creare un ritratto intimo, concentrato sulla persona prima del politico.
Il regista partenopeo non è nuovo ai ritratti politici, ma i toni son ben distanti da quelli che avevano fatto di Andreotti una figura imprescrutabile, distante. Ne Il divo si percepiva la presenza di una figura oscura; in Loro 1 Berlusconi è quasi luminoso.
Lo osserviamo gestire il matrimonio ormai in crisi con Veronica Lario (stupenda Elena Sofia Ricci), moglie che “legge libri difficili” e ormai sa come gestire i suoi trucchi romantici. C’è il Berlusconi nonno che tenta di dare lezioni di vita trasmettendo le sue armi di convinzione. C’è il Milan. C’è il racconto di sé come uomo che si è fatto da solo e che tristemente non sa quasi più come spendere i suoi soldi.

Se a Loro viene lasciata la decadenza, a Lui tocca il sentimento, il racconto quasi tenero. Berlusconi ultimo romantico che sorprende la moglie con serenate romantiche.
La domanda è: quanto possiamo permetterci di accettare una visione così poco politicizzata? Quanto è accettabile un ritratto così docile che svuota il peso che questa figura continua a rappresentare, ancora e dopo anni e anni?
Il ritratto di Berlusconi di Loro 1 è la trasposizione di ciò che il Berlusconi per anni ha venduto di sé.

 

Sorrentino

L’estetica di Loro 1 è la stessa a cui Sorrentino ci abituato e per la quale, almeno fino a La grande bellezza, si è fatto amare. La dilatazione dei tempi e il simbolismo sono sempre stati parte integrante del suo personale e originale (in Italia) uso del mezzo cinematografico. Così come la decadenza è stata da sempre fulcro del suo discorso. Eppure da La grande bellezza in poi (salvandosi forse per quel prodotto di rilievo per il panorama televisivo che è stato The Young Pope) il narcisismo di Sorrentino da punto a favore si è tramutato in arma a doppio taglio. In Youth come in questo primo capitolo si fa e si troppo.

Il film si apre su una capra che fa ingresso nella villa in Sardegna deserta e si sofferma a guardare un quiz televisivo di Mike Bongiorno per poi cadere al suolo stecchita dal congelatore che porta a grado zero la temperatura. Una capra come emblema delle masse riportate al sonno della ragione dal tipo di tv che Berlusconi ha proposto e con il quale si è arricchito. Per il resto, tutte le allegorie animali si prestano poco alla narrazione e risultano riferimenti spiccioli e vuoti di significato.

Per tutta la parte del film dedicata a Loro – la società arrivista – Sorrentino permea la sua opera di scene rallenty, pop; tagli netti da una sequenza all’altra e una continua ricerca del movimento perfetto. Sorrentino carica l’immagine, la stira con l’utilizzo dei tempi e nell’ambizione di nutrirla con una certa speculazione sociale e filosofica, ne ottiene un bellissimo involucro del nulla. Se fino a La grande bellezza dalle sue opere si respirava profondità, in seguito la sensazione che più prevale è il nervosismo.
Non mancano scene riuscite e particolarmente ispirate, Sorrentino dopo tutto non è l’ultimo arrivato. Si ci chiede solo se nel racconto di una realtà italiana (e nello specifico capitolina) devastata e volgare, non si sarebbe potuto gestire meglio i momenti in cui viene dato sfogo alle proprie velleità artistiche invece di scadere nel patetico.

Solo nel secondo capitolo però avremo l’epilogo della parabola berlusconiana di Sorrentino, quindi restiamo in attesa del 10 maggio.

 

Martina Neglia

Classe 1993. Studio Fisica, ma non sembra.

0 Commenti

Nessun Commento!

Non ci sono ancora commenti, ma puoi prima commentare questo articolo.

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. i campi richiesti sono contrassegnati*