Trump e la strategia USA in Siria: preservare la pace attraverso la forza

Trump impone un cambio di rotta alle relazioni internazionali statunitensi: ruolo globale in difesa dei nostri interessi

In campagna elettorale, al grido di America First, Donald Trump aveva avvertito il mondo intero che sotto la sua guida gli Stati Uniti d’America avrebbero abdicato al ruolo di “gendarme del mondo”, allarmando coloro i quali credevano che queste parole avrebbero causato una rivoluzione nell’ordine internazionale unipolare, nella geopolitica, nell’economia internazionale e nel sistema liberale garantito e protetto dalla potenza di Washington. Tuttavia, se prendiamo come cartina al tornasole quanto avvenuto negli ultimi giorni, si può facilmente dimostrare come il Trump candidato repubblicano sia in estrema contraddizione con il Trump Presidente in carica della prima potenza economica e militare mondiale.

Perché allora questo cambio di paradigma? Perché Trump ha deciso di oltrepassare la famosa linea rossa che Obama aveva tracciato ma mai varcato? Il messaggio è drammaticamente chiaro: chi usa armi chimiche deve essere punito. The Donald ha sostenuto che l’attacco è stato condotto per “prevenire e scoraggiare il diffondersi e l’uso delle armi chimiche” nel pieno interesse degli Stati Uniti, seppur nessun soldato o presidio americano fosse stato colpito dagli attacchi dei giorni precedenti. Con questa mossa gli USA tornano ad usare la forza per preservare la pace, come enunciato dalla Strategia di Sicurezza Nazionale pubblicata a fine 2017, e come già fecero Clinton e G.W.Bush rispettivamente in Serbia nel 1999 e in Iraq nel 2003. Insomma, ancora una volta la fa da padrona la teoria del destino manifesto declinata seguendo le regole del nostro tempo: l’intervento degli USA non è solo ovvio, ma anche inevitabile.

Esistono almeno due chiavi di lettura dalle quali è utile muovere per analizzare il fenomeno e che fanno riferimento allo scenario politico internazionale e nazionale. Per quanto riguarda il primo piano, quello internazionale, questo attacco può essere valutato come un avvertimento all’altro grande protagonista nello scacchiere siriano: Putin. Il Cremlino sa bene che lanciare più di cento missili Tomahawk equivale ad una dimostrazione di forza piuttosto che ad un tentativo concreto di rovesciare il regime, seppur tuttavia la risposta di Mosca non si è fatta attendere. Tuttavia, Washington ha voluto dimostrare la propria mancanza di timore nel portare avanti azioni militari, almeno a distanza. Sarà importante, ai fini dell’esito del conflitto, comprendere come i russi leggeranno l’iniziativa. Mentre sul piano interno Trump ha urgenza di attestare che la sua leadership non è in declino, ma solida ed efficiente, oltre che efficace. Dunque, tenta di adunare il popolo americano intorno alla narrazione di una Casa Bianca che, nonostante qualche turbolenza interna e non, gioca un ruolo fondamentale e decisivo nelle dinamiche internazionali.

Anche l’appoggio di Gran Bretagna e Francia ha un significato ben preciso. I negoziati per la Brexit sembrano essersi arenati e Theresa May ha voluto sfruttare il momento per permettere a Londra di tornare a sedersi vicino alle grandi potenze, rinsaldando la special partnership con Washington. Le motivazioni del sostegno di Macron si avvicinano molto a quelle di Trump precedentemente sopracitate: il giovane Presidente tenta di risollevare il suo mandato presentando al popolo francese un’iniziativa che ha la eco di una ritrovata quanto nostalgica granduer. Tuttavia, il nuovo rapporto tra la Casa Bianca e l’Eliseo inizia già ad incrinarsi, testimoniando che le relazioni tra Francia e USA faticano da sempre a decollare.

Dunque, il quadrante mediorientale torna a ricoprire un ruolo chiave nelle relazioni internazionali statunitensi, cancellando con un colpo di spugna la svolta asiatica inaugurata da Obama e l’isolazionismo predicato da Trump durante la campagna elettorale. Scopriremo nelle prossime settimane se gli USA di Trump continueranno a giocare un ruolo proattivo sullo scenario globale – molto dipenderà anche dalla condotta degli altri attori presenti in campo. Una cosa sembra certa: l’egemonia militare statunitense non è in pericolo.

Edoardo Maggi

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