Trump in Asia: il punto sulla politica estera degli USA

Donald Trump al banco di prova nell'Asia Orientale

Donald Trump si trova negli ultimi giorni in oriente, in un tour che ha toccato i paesi dell’Asia Orientale in occasione del Summit APEC CEO (Cooperazione Economica Asiatico-Pacifica): prima il Giappone, la Cina e poi la Corea del Sud, il Vietnam, per trasferirsi infine nelle Filippine. Sembra che il Presidente stia cercando di collocare al proprio posto tutta la miriade di pezzi del puzzle dell’area pacifica, di vitale importanza per gli Stati Uniti e – di riflesso – per il resto del mondo, area che era stata il pivot della politica estera di Obama e che Trump sembra voler ereditare senza apportare cambi troppo bruschi.

La minaccia rappresentata da Pyongyang

Tra le preoccupazioni di Trump in oriente si può certamente annoverare la necessità di ripristinare la sicurezza, cercando alleati in Asia per arginare la minaccia nucleare rappresentata da Pyongyang: il rischio di una reale guerra atomica scatenata unilateralmente da Kim Jong-un sembra abbastanza remoto, eppure il lancio di missili verso il Giappone ha allertato tanto il paese del Sol Levante quanto la più vicina Corea del Sud, entrambi alleati preziosi degli USA in Asia. Pare che Kim voglia utilizzare l’enorme arsenale nucleare, sviluppatosi in maniera vertiginosa negli ultimi vent’anni, per giocare un ruolo diverso e più incisivo sui tavoli internazionali, al fine di ottenere quel riconoscimento dalla comunità internazionale che era stato negato a suo padre e a suo nonno prima di lui.

L’alleanza con le due superpotenze regionali, Cina, in primis, e Russia, risulta dunque vitale per la protezione dell’avamposto di Seoul, il quale è già stato rassicurato dal POTUS che la via militare sarà l’ultima spiaggia e verrà intrapresa solo in caso di fallimento delle trattative e della strategia combinata di isolamento politico e pressione economica con cui spera di far leva sulla vicina Pyongyang.

Rapporti commerciali con la Cina

Ma la sicurezza non è stata l’unico argomento di dibattito nei dodici giorni di Donald Trump in Asia: durante l’incontro con Xi Jinping, una visita svoltasi in un clima molto amichevole che ha ricalcato il precedente incontro di aprile in Florida, il Presidente degli Stati Uniti ha dimostrato la volontà di creare un nuovo “scheletro” di relazioni economiche con la Repubblica Popolare Cinese, specialmente ora che il Presidente e leader del Partito Comunista Cinese sta attraversando una fase di consenso ampissimo in patria, ottenuto grazie al programma proposto a medio e lungo termine per lo sviluppo della Cina.

Xi ha infatti dato una svolta globalista ancora più decisa all’economia del suo paese, creando un piano che favorisca e fomenti la globalizzazione, definita un “fenomeno irreversibile”. Il Presidente cinese si è dichiarato favorevole a un accordo multilaterale tra gli Stati membri dell’APEC – idea che ha trovato, invece, il Presidente degli Stati Uniti contrario. Trump, fedele alla linea mantenuta in campagna elettorale, ossia di una chiusura protezionista nei confronti dei mercati pacifici, ha sostenuto durante l’incontro in Vietnam di dare preferenza ad accordi bilaterali con ciascuno degli Stati.

Tuttavia, contrariamente ai toni aspri utilizzati durante la campagna presidenziale contro la Cina, l’inquilino della Casa Bianca ha biasimato invece i propri predecessori per il deficit maturato nei confronti del Celeste Impero. Ha altresì sostenuto che “questo è il miglior momento per la cooperazione tra i due stati”, congratulandosi con il corrispettivo cinese per il consolidamento della leadership all’ultimo Congresso del Partito Comunista.

Il breve incontro con Putin

Ci si aspettava che nel turbinio di impegni in Asia, il Presidente Trump riuscisse a trovare un ritaglio di tempo per inserire Vladimir Putin nel proprio programma. Invece per una “divergenza di agende” pare che non ci fosse spazio per un incontro tête-à-tête tra il Presidente degli Stati Uniti e quello della Federazione Russa: stando alle parole della portavoce della Casa Bianca Sarah Huckabee, non vi era un accordo sui temi da trattare nel bilaterale.

A sorpresa, nella giornata dell’11 novembre, i due Capi di Stato hanno trovato infine una convergenza: il tema centrale è stato la necessità di mantenere l’indipendenza della Siria e dunque l’integrità territoriale. Trump ha, di fatto, riconosciuto l’importanza dell’intervento russo e si è arrivati, nel corso dell’incontro, a delineare un progetto di spartizione delle zone di influenza, anche se l’ultima parola in merito spetterà a Ginevra.

Il viaggio del Presidente degli Stati Uniti si concluderà questo fine settimana a Manila, ospite del Presidente Rodrigo Duterte. Insomma, una dodici giorni molto intensa per Donald Trump e un banco di prova duro per la sua foreign policy.

Camilla Eva Trotta

Classe '93, sulla mia tomba scriveranno "Qui giace colei che non era d'accordo".

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