Ucraina: il conflitto dimenticato nel cuore dell’Europa

A tre anni dall'inizio del conflitto nel Donbass, prosegue lo scontro tra l'esercito ucraino e i separatisti filorussi

Un conflitto che sembra ormai dimenticato quello che si continua a combattere nel cuore dell’Europa.
Eppure la  guerra combattuta dall’Ucraina contro i separatisti delle Repubbliche Popolari  di Donetsk e Lugansk, porzioni di territorio che nella primavera del 2014 hanno dichiarato unilateralmente la propria indipendenza, prosegue.
Durante il giorno la vita scorre normalmente, ma dal crepuscolo, quando gli osservatori OSCE rientrano nelle proprie  basi, si spara senza esclusione di colpi.
Il governo ucraino e i separatisti si accusano a vicenda di violare il cessate il fuoco usando armi pesanti vietate dagli accordi di Minsk.
Secondo le fonti ufficiali si stima che i caduti siano dodicimila, ma il vero il bilancio delle vittime potrebbe essere più alto.

Sono passati tre anni dall’ inizio della guerra civile in Donbass che vede schierati in due blocchi contrapposti l’esercito regolare ucraino e le forze separatiste filorusse.
La divisione fra nazionalisi e filorussi è evidente anche nella geografia: i primi sono preponderanti nelle regioni occidentali del paese, storicamente più vicini alla Mitteleuropa, mentre i secondo primeggiano nelle province orientali e in Crimea.
Il mondo sembra essersi dimenticato di questa crisi invisibile nell’Ucraina dell’Est, ma i civili continuano a pagarne il prezzo.
I bambini che vivono a ridosso delle regioni di Donetsk e Lugansk vivono  in uno stato di paura permanente a causa dei bombardamenti sporadici e dei boati dovuti agli spari dei cannoni.
Dall’ inizio del conflitto, nel 2014, sono state 740 le scuole distrutte o danneggiate nell’ est dell’Ucraina. Una situazione di stallo in cui la pace sembra essere ancora lontana, ma che continua a mietere la sua dose quotidiana di morti e feriti.

La crisi russo-ucraina è il più serio conflitto in Europa dalla drammatica guerra civile nella ex Jugoslavia, e lo scontro più significativo tra Russia ed Occidente dalla fine della guerra fredda.
I disordini sfociati nell’aprile del 2014 nella rivolta ucraina sono iniziati con il cosiddetto Euromaidan, un’ondata di agitazioni civili, innescato dalla decisione del Presidente ucraino Yanukovich di non firmare l’Accordo di associazione con l’UE. Ciò ha spinto i cittadini ucraini a scendere in piazza, molti dei quali sventolando bandiere dell’UE.
Il  rovesciamento del  Presidente legittimamente eletto e filo-russo Yanukovich, definito dal Presidente russo Vladimir Putin un ‘colpo di stato’, ha dato inizio ad una drammatica catena di eventi che si sono susseguiti.
Il governo russo ha risposto con l’annessione della Crimea, penisola affacciata sul Mar Nero, e di Sebastopoli, annessione non riconosciuta dall’UE, che ha imposto crescenti misure restrittive alla Federazione russa.

La radice del problema è da ricercarsi nel tentativo di allargamento della NATO ad est, elemento centrale di una strategia più ampia volta a spingere l’Ucraina fuori dall’ orbita russa ed integrarla in quella occidentale.
La tripla iniziativa politica occidentale, concernente l’allargamento della NATO, l’espansione e la promozione della democrazia, hanno contribuito a spezzare gli equilibri già incerti.
Le elites negli Stati Uniti e in Europa non sono stati in grado di prevedere le conseguenze di una tale politica, convinti che la logica del realismo abbia scarsa rilevanza nel ventunesimo secolo e che l’Europa possa essere mantenuta  intera e libera sulla base di principi liberali. Ma questa logica sembra aver fallito in Ucraina. La crisi qui mostra che il realpolitik resta rilevante.
Gli Stati Uniti e l’Europa non possono certamente accettare un allargamento imperiale russo, che potrebbe alterare gli equilibri precari esistenti nell’ intera area.
Ma dall’ altra parte la Russia non accetterebbe mai di perdere dalla sua orbita di influenza l’Ucraina, stato cuscinetto, di enorme importanza strategica, ricco di risorse minerarie e agricole e proprietario di due porti nel Mar Nero, Odessa e Sebastopoli, che sono molto più importanti per Mosca rispetto a quello di Novorossijsk. Rappresenterebbe  un irreparabile sconfitta per la Russia di Putin.
Questa è la geopolitica: le grandi potenze sono sempre sensibili a potenziali minacce nelle vicinanze  del loro territorio.

 

Federica Antonecchia

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