Uno spread di parole (di D. Lorenzetto)

I mercati sono davvero la bestia nera per l'economia nazionale, o forse è quest'ultima che dovrebbe riflettere meglio sulle parole con cui approcciarvisi?

«Mi sono arrabbiato»: era l’espressione più in voga negli ultimi giorni tra i leader politici che hanno in mano il pallino della situazione italiana e dello spread. Arrabbiati, si dicevano loro, perché nessuno (i governi esteri, la Commissione Europea, i mercati) può interferire sulle nostre decisioni politiche ed economiche. Per capire di più ci chiediamo “quanto ci costa una parola”. Potremmo dire, modificando il vecchio detto, che “la parola è denaro”. I mercati non sono dei terroristi finanziari: sono in realtà persone come noi, cui affidiamo i nostri risparmi quando li portiamo in banca, e che nel nostro interesse prestano i soldi solo a gente affidabile. In realtà i mercati siamo noi ogni volta che facciamo un piano di risparmio e investimento e ci chiediamo a chi prestare i nostri soldi. È bene ricordarlo. Supponiamo di trovarci davanti a un debito di 2 300 miliardi i euro e che il nostro gestore del risparmio ci chiedesse “ma sei contento di prestare i tuoi risparmi all’Italia?”: cosa risponderemmo? Nessuno si fiderebbe a cuor leggero, sapendo che l’Italia “guadagna” ogni anno solo il 75% del suo debito già in essere. E se l’Italia dice che vuole ancora soldi, il nostro gestore del risparmio (cioè il mercato), nel nostro interesse chiede: «per fare cosa?». Se la risposta non è chiara, qualcuno si arrabbia.

Il contratto di governo

Dal giorno in cui Movimento 5 Stelle e Lega si sono seduti al tavolo del cosiddetto “contratto”, hanno cominciato a far trapelare parole, parole che costano:

Una prima bozza di accordo di governo in cui si chiede sostanzialmente alla Banca Centrale Europea di “abbuonarci” 250miliardi di debito pubblico e si intravede in formule fumose la possibilità di uscire dall’euro. Basterebbe questo a mettere tutti in allarme, ma ancora dopo quell’episodio il mercato è stato tranquillo perché ci conosce da molto tempo e non voleva venire a bussarci a casa;

Poi si prevedono in via definitiva 125miliardi di spesa (fonte Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani) fatta solo con nuovi debiti (un prestito sul mercato dunque): e per fare cosa con questi miliardi? Cose spesso lodevoli, ma tecnicamente impossibili dato il “vincolo di bilancio”;

In ultima ci si impunta sul nome, Paolo Savona, di un ministro dell’economia in pectore, il quale in un libro descrive – nero su bianco – come «errore storico» l’ingresso dell’Italia nell’euro e i partner europei desiderosi di sottometterci ai loro interessi. Un economista, professore universitario, ex ministro ed ex banchiere, non conosce forse il valore delle parole? Certo che sì. Se le ha dettate non è stato per caso. Poi, sull’orlo di una crisi istituzionale, dichiara che nel programma di governo si prevede «la riduzione del debito pubblico non già per mezzo di interventi basati su tasse e austerità – politiche che si sono rivelate errate ad ottenere tale obiettivo – bensì per il tramite della crescita del Pil». Il che è un’enunciazione di principio più che condivisibile. Solo che per «il rilancio degli investimenti pubblici», per far crescere il Pil, devi andare a chiedere soldi ai mercati, qualora non si vogliano prendere i soldi dalle tasse. I mercati non prestano soldi a cuor leggero a chi ha già una montagna di debito, figuriamoci se vengono disorientati sulle reali intenzioni.

Lo spread

Siamo arrivati alla crescita dello spread che in inglese significa “divario, scarto”, cioè la differenza pagata in più per il tuo debito, rispetto a quanto paga chi è considerato dal mercato perfettamente affidabile. Ma to spread significa anche “diffondere, trasmettere”: e lo scarto sale ogni volta che si diffondono dubbi su come i soldi vengono impiegati, quindi diffondere (to spread) le parole a caso significa gettare nel panico i prestatori mondiali, pagare molto di più per il proprio debito e non poter fare nulla dei pur lodevoli propositi. Lo spread misura da un lato l’affidabilità economica di un paese, dall’altro la credibilità politica. Il governo che nasce oggi ha il dovere di fare chiarezza senza mezzi termini. E ai leader politici si deve chiedere se hanno diritto a tuonare che “non dobbiamo rendere conto a nessuno”. Ma chi ti presta i soldi non vuol sapere come li usi? Qualcosa al mercato dovrai pur dire. Per non ridurre il dibattito ad uno scontro ideologico, meglio non fare lo spread di un paio di slogan (altrimenti mi arrabbio).

Liliana Farello

Aquilana, classe '93, attualmente studio Relazioni Internazionali alla Sapienza di Roma. Nel mio futuro mi piacerebbe vedere cosa c'è dall'altra parte del mondo, ci sto lavorando.

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