USA, la scelta politica di abbandonare l’UNESCO

Politica ed economia sono alla base di una scelta drastica che tanto svela della politica di Trump e degli americani

La notizia dell’abbandono dell’UNESCO da parte degli Stati Uniti è arrivata come una doccia fredda. Le reazioni non si sono lasciate attendere poi troppo e così le relative polemiche. Che Trump al momento stia prendendo decisioni impopolari non è una novità. Così come non lo è l’atteggiamento di forza e chiusura del presidente nei confronti di certe questioni interne, si veda l’accanimento contro l’Obamacare. Il problema è che una decisione del genere, a livello internazionale, smuove molto di più di polemiche interne al proprio partito o al proprio Paese.

Da quando avrà effetto?

La decisione dal punto di vista burocratico avrà effetto dal 31 dicembre del 2018 ma è chiaro che le conseguenze si inizieranno a sentire praticamente nell’immediato. L’UNESCO è nata nel 1945 come agenzia dell’ONU volta a promuovere la pace attraverso la Scienza, la Cultura, la comunicazione e lo scambio di essi fra le nazioni. Gli Stati Uniti al momento si prefiggono di diventare un osservatore distaccato e permanente: ma a quale scopo? E perché arrivare a una decisione così netta?

La decisione non è stata presa a cuor leggero e riflette le preoccupazioni degli Stati Uniti per il crescente arretramento dell’Unesco, per la necessità di una fondamentale riforma dell’organizzazione e per i suoi persistenti pregiudizi anti-Israele.

Dal comunicato ufficiale della Casa Bianca

Casus belli

Una goccia che avrebbe fatto traboccare il vaso, la decisione che risale allo scorso luglio, con la quale l’UNESCO ha dichiarato Patrimonio Mondiale dell’Umanità in Palestina la città vecchia di Hebron, in Cisgiordania. Secondo Israele tale decisione avrebbe di fatto negato i legami del popolo ebraico con la città, che secondo la tradizione ospita le tombe dei patriarchi biblici Abramo, Isacco e Giacobbe.

America first

È dal 2011, ben prima di Trump, che gli USA hanno smesso di finanziare economicamente l’UNESCO dopo che questo aveva permesso alla Palestina di entrare a farne parte, conservando solamente il diritto di voto nel comitato esecutivo. Che tradotto in numeri farebbe circa 80 milioni di dollari risparmiati ogni anno. Risparmiati si ma che secondo alcune indiscrezioni, l’UNESCO pretenderebbe comunque tutti sommati. Non c’è dunque solo la Palestina di mezzo. Questa scissione, questo atto di rottura è anche un messaggio chiaro all’Europa che subisce un leader di se stesso e che pone arrogantemente l’interesse americano (della sua visione) a tutto il mondo.

Soli contro tutti?

La decisione degli USA di sciogliere i legami con l’UNESCO è stata seguita a ruota da Israele ma senza sollevare lo stesso polverone, si capisce. Gli americani non riescono al momento a fare gruppo. Se è vero che sono la potenza mondiale più grande, dall’altro non sono gli unici su questo pianeta e le loro controversie non impattano solamente il loro suolo. Il caso della Corea del Nord lo dimostra chiaramente: un problema di tale portata non può essere che un’emergenza comune a tutto l’Occidente ma non solo. È chiaro che sebbene l’UNESCO non sia un organo propriamente politico, è strettamente legato alla politica e ciò che avviene al suo interno ha delle ripercussioni al di fuori.

America great again?

Prima lo strappo, sempre a Parigi, sul clima e ora quello con l’UNESCO. Di questo passo la percezione dell’America cambierà di sicuro ma non migliorando nel proprio aspetto di potenza mondiale. Tagliando i ponti, i confronti, estirpando le radici che le hanno dato i natali, l’America non potrà sopravvivere a lungo, diventando di fatto vittima di se stessa. O di chi scommette sulla propria solitudine.

Giulia Papapicco

Classe 1988, laurea in Lettere e via, a New York per un anno facendo indigestione di pancakes e sciroppo d'acero ma soprattutto avendo modo di conoscere culture nuove. Scrivo per passione da sempre perchè solo in questo modo riesco a vedere le cose come sono veramente.

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