Vasco: una piazza che canta

Vasco non è un leader, sarebbe una mediocre omologazione a vecchi schemi. Non è né Renzi né Grillo. È un linguaggio, è Facebook o Instagram: una miriade di like che cantano

Cosa è successo davvero a Modena sabato sera? Si potrebbe dire niente di più di un grande concerto. Qualcuno, più sofisticato, potrebbe aggiungere che si è formato dinanzi al grande palco uno spaccato sociale originale del paese. Qualcun altro, attrezzato nella materia musicale, potrebbe completare il quadro con annotazioni sulla caratura dei brani  eseguiti .

In realtà, in un paese che non vota e non milita, 230 mila persone riunite in uno spiazzo disagiato, per assistere ad uno spettacolo che è trasmesso in diretta TV ci parlano di molte cose. E lo fanno con un linguaggio molto persuasivo.

Ci dicono intanto che non è vero che siamo prigionieri di rotture generazionali, dove i padri non riescono a ritrovarsi con i figli. Modena Park è stato uno straordinario media dove ha preso forma un linguaggio unico che ha attraversato almeno 3 generazioni: i cinquantenni, i trentenni e i  teen agers.

Quale altro fenomeno oggi è in grado di fare tanto. Un versetto infinitamente dolce del corano, spiega che ogni bambino che nasce assomiglia più al suo tempo che a suo padre. Sabato è andata in scena una magia per cui erano i padri ad assomigliare ai figli. Si muovevano, si emozionavano, ballavano insieme ai propri figli.

Cosa altro manda in scena questo spettacolo? Forse solo lo sport, meglio ancora il calcio, dove attorno ad una maglia, generazioni intere si ritrovano, si riconoscono, si imitano, sfrenandosi. Inter, Milan, Juve, Napoli, Roma, ma anche Spal, Benevento, Frosinone, ogni domenica ripetono, in scala, il prodigio di Modena Park.

Ma quei 230 mila individui che si sono mossi da tutto il paese ci hanno anche detto che esiste nel paese una forza, al momento solo istintiva, diciamo antropologica, che si identifica in ambizioni etiche: libertarismo, solidarietà, identità, relazione. Qualcosa meno della politica forse, ma molti di più di un partito, sicuramente. Quella folla ha risposto a molte domande che espresse in un linguaggio più convenzionale probabilmente l’avrebbe trovata muta, ma seguendo le canzoni di Vasco ha trovato modo di dire che era per lo Ius Soli, è per la solidarietà, è per la propria libertà, è per una trasgressione che non opprima.

A questo punto il tema è : partito o partita? Vasco Rossi è un aggregatore di identità sociali o un concentratore di identità emozionali? È uno studio o uno stadio?

Non sono domande futili o pedanti. Vasco per come si è rivelato, per tutti i suoi lunghi anni è sempre stato un fenomeno da studiare. Oscurato  forse dall’ingombro di altre identità. Ma oggi diventa una straordinaria lente d’ingradimento, che ci spiega come le emozioni e le identità fanno premio su gli interessi e le ambizioni.

Vasco è molto più simile a fenomeni come le primavere arabe, o Occupy Wall Street, o gli indignados spagnoli. O, se torniamo più indietro, a Piazza Tien An men del 1989, o ai prolegomeni del 68 americano. Fenomeni apparentemente precari, occasionali, leggeri, comportamentali, che hanno però trasformato in profondità le rispettive  realtà. La Cina attuale senza quella scarica di adrenalina giovanile, irriducibile ad un unico standard egualitario, sarebbe impensabile. La cultura digitale sarebbe asfittica senza quella generazione edonistica e individualmente ambiziosa che marciava contro la guerra nel Viet Nam a Berckley e Stanford. Ed oggi  l’Islam sarebbe un deserto oltranzista se non si fossero innestati movimenti metropolitani e antagonistici di giovani competitivi nel 2011.

Questa spinta oggi in Europa non viene né interpretata né tanto meno intercettata dalla politica. Comparare le esibizioni di Renzi o dei suoi oppositori che sono andate in scena proprio sabato alla piazza di Modena è mortificante: angusto ceto politico da una parte e informe movimento sociale dall’altra.

Due incompletezze certo. Ma Modena è insufficiente ma necessaria. Il resto non appare tale.

Forse solo la complessità dello spessore del tifo calcistico regge il confronto con l’urlo di Modena Park. Infatti non era tanto la folla, la presenza in piazza. Michele Serra su La Repubblica sostiene che si tratta di una presenza comparabile ai grandi eventi politici del passato, ai grandi funerali di leader del paese. Non è vero: Togliatti, Berlinguer, Il Festival dell’Unità di Napoli del 76 o i primi concerti degli Inti Illimani del ’74, la manifestazione dei metalmeccanici di metà degli anni ’70, o ancora la CGIL di Cofferati nel 2009 portarono in piazza masse di gran lunga superiori. Con una scala generazionale più rappresentativa e completa. Ma, ognuno per la sua parte, erano riti che chiudevano una fase, non erano albe ma tramonti, benché avessero grande luce.

A Modena, nella lunga durata di quella piazza, e soprattutto nello stile di esserci, dove cantare era più importante che ascoltare, comunicare con il proprio corpo, più soddisfacente che vedere,  ci dice che qualcosa di nuovo sta prendendo forma: una dinamica di convergenze, aggregazioni e affermazioni di sé inedite. Sembra intravvedere la formazione di un processo di costituzione di una nuova opinione pubblica, emotiva ma determinata, fortemente radicata nell’idea del sé, dell’io, che si propone non come primato ma come relazione, come rete di tantissimi io.

Ecco forse siamo arrivati ad intravvedere un frammento attendibile: fra la forma partito, o la forma partita, quello che si conferma come dominante, che costringe tutti a fare i conti con le sue leggi e i suoi alfabeti, è la forma a rete, un reticolo infinito di io, dove generazioni, ormai varie nate in questo contesto, si ritrovano nell’identità della partecipazione, del muoversi e cantare. Vasco non è un leader, sarebbe una mediocre omologazione a vecchi schemi. Non è né Renzi né Grillo. È un linguaggio, è Facebook o Instagram: una miriade di like che cantano.

La sua è una piazza che non decide, ma senza quella gente si può decidere?

Michele Mezza

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