Venezuela: quattro voci fuori dal coro

Perché la versione che tutti conosciamo non è sufficiente da sola a raccontare gli accadimenti venezuelani degli ultimi mesi

In una lettera aperta del venti luglio, pubblicata da Formiche.net, la giornalista venezuelana Rossana Miranda si indirizza provocatoriamente a una manciata di intellettuali e politici, perlopiù facenti riferimento all’oscuro quanto variegato sottobosco delle sinistre italiane. Il denominatore comune tra questi personaggi è l’avere appoggiato il “socialismo bolivariano” e dunque l’aver avallato – più o meno direttamente – anche l’attuale presidente Nicolás Maduro e le sue politiche. La tesi di Miranda sarebbe che il socialismo bolivariano, una ricetta latinoamericana di redistribuzione della ricchezza, abbia dimenticato “il popolo”, affamato, privo di medicine, quando non addirittura colpito dal braccio armato dell’esercito, che tenta di placare con la forza le rivolte popolari. Insomma, la giornalista invita personaggi del calibro di Fausto Bertinotti, Gianni Minà, Nichi Vendola, a presentare dati e fatti che suffraghino il proprio appoggio al regime di Maduro. L’appello è rimasto, inutile dirlo, lettera morta.

Ciò che appare evidente a chiunque viva sotto l’egida dei mezzi di comunicazione di massa occidentali, è che il Venezuela si stia avviando a passo svelto alla definitiva conversione in dittatura. È di sabato 12 agosto la notizia che il Presidente statunitense Trump sarebbe pronto a intervenire anche militarmente in Venezuela, pur di scongiurare il rischio che il paese sudamericano rinunci all’impianto democratico delle proprie istituzioni. Infatti il Presidente Maduro ha indetto delle elezioni, tenutesi domenica 30 luglio, la cui validità è stata contestata dalla stessa agenzia incaricata di garantire la trasparenza del voto elettronico, affinché si scegliessero i membri di un’Assemblea Costituente con l’incarico di modificare l’impianto costituzionale della República Bolivariana de Venezuela. Questo nonostante la vigente Costituzione sia relativamente giovane, risale infatti al primo mandato del predecessore di Maduro, il carismatico leader Hugo Chávez, che nel 1999, forte di un enorme appoggio popolare, aveva voluto dare un riscontro costituzionale al socialismo di cui si faceva portavoce. Lo stesso testo costituzionale, ad oggi, tuttavia, non garantirebbe a Maduro di conservare il potere, dato che il paese è affamato e scosso da fortissime proteste, e il partito di opposizione (il MUD – Mesa de la Unidad Democrática) detiene ormai dal 2015 i due terzi dei seggi in Parlamento. Questo ennesimo tentativo di mantenere il potere giunge dopo un turbolento iter politico-istituzionale che ha visto l’intervento del Tribunale Supremo di Giustizia – di nomina presidenziale – il quale con due sentenze (155 e 156 del 28 e 30 marzo) aveva già provato a limitare i poteri dell’organo legislativo, cassando le immunità ai parlamentari e assegnando al Presidente la facoltà di prendere misure contro il Parlamento qualora questo compromettesse l’ordine costituzionale, per garantire la governabilità del paese. Le due sentenze sono state revocate dopo un duro braccio di ferro, in cui le voci dell’Organizzazione degli Stati Americani si sono andate a sommare a quelle del Commissario ONU per i Diritti Umani e, naturalmente, degli Stati Uniti.

Allora perché alcuni autorevoli intellettuali, giornalisti, scrittori, politici continuano a gridare che esiste “un’altra verità” sul Venezuela? Perché Rossana Miranda ha dovuto mettere nero su bianco un appello simile? La condanna a un regime quasi-dittatoriale, in cui si è versato e si versa ogni giorno il sangue di chi protesta, non dovrebbe essere univoca? Evidentemente ci sono delle sfumature che il nostro sistema di informazione, tentacolare e rapidissimo, dominato dai colossi delle notizie, non riesce a rendere. Cercando di non cadere in sterili complottismi o rigide prese di posizione ideologiche, può essere utile ascoltare le voci fuori dal coro e servirsene per colmare i vuoti della narrazione mainstream.

Qui c’è una selezione di quattro voci, provenienti da quattro continenti diversi, con storie alle spalle diverse e, specialmente, con interessi diversi. Adolfo Pérez Esquivel, Julian Assange, Noam Chomsky e Gianni Minà.

 

Adolfo Pérez Esquivel

Secondo Pérez Esquivel, Premio Nobel per la Pace nel 1980, ottenuto in virtù dell’impegno a combattere gli abusi della dittatura argentina, il grande dissesto economico che sta vivendo il Venezuela, la grande penuria di beni di prima necessità, l’impoverimento della popolazione, sono stati causati dalle élite economiche del paese, supportate dagli Stati Uniti, ossia dagli attori che più hanno sofferto in seguito alla nazionalizzazione delle imprese petrolifere venezuelane (giova ricordare che il paese è uno dei principali produttori mondiali di oro nero e il maggior possessore di riserve).

“La realtà venezuelana non è un fatto isolato in America Latina”: la ferita di quelli che il Premio Nobel definisce golpes blandos è ancora aperta, la memoria di Haiti, Honduras, Paraguay e Brasile ancora fresca. Si tratta di rovesciare governi democraticamente eletti, solitamente di matrice socialista, provocando crisi economiche che svuotino i supermercati e sottraggano i farmaci dagli scaffali, puntare sulla speculazione della moneta, che al momento soffre di una svalutazione galoppante, fare perno sull’opposizione presente nelle arene politiche e fornirle un braccio armato, gruppi di paramilitari addestrati nei paesi vicini (in questo caso la Colombia, da sempre vicina alle posizioni statunitensi). Qualcosa che ci ricorda il Cile di Allende negli anni ’70. Dal punto di vista geopolitico e storico, pur prendendo questo tipo di accuse con le pinze, non si fa fatica a rintracciare i segni dell’ostilità targata USA nei confronti dei governi di base popolare in America Latina, ancora più evidente quando ci sono in ballo risorse preziose.

D’altra parte, Pérez Esquivel propone come via d’uscita dall’impasse nientemeno che quella stessa democrazia che Trump promette di difendere con la forza. Sostiene, infatti, che l’unico modo di fermare la deriva dittatoriale, sia quello di riaprire il dialogo, temperare le posizioni più estreme e smettere – da una parte e dell’altra – di fomentare la violenza contro la popolazione.

 

Julian Assange

Proprio alle risorse petrolifere fa riferimento Julian Assange quando, ironicamente, riporta su Twitter che “Abbiamo trovato il nuovo Iraq…è il Venezuela”, allegando un video di Russia Today in cui il capo della CIA Mike Pompeo dichiara un’alleanza con Colombia e Messico per rovesciare il governo di Maduro. Secondo il fondatore di Wikileaks, infatti, gli Stati Uniti, con la complicità delle organizzazioni internazionali e dei mezzi di comunicazione di massa, vorrebbero stringere nella morsa delle sanzioni il Venezuela, fomentando lo scontento della popolazione, fino a spezzare la resistenza di Maduro e potersi garantire una fetta del mercato del petrolio.

Noam Chomsky

D’altro canto, ribatte Noam Chomsky, il governo di Maduro è ormai obbligato a fare un passo indietro se vuole evitare la default. L’eredità ricevuta da Hugo Chávez, infatti, mette di nuovo al centro dell’economia del paese il petrolio, legando indissolubilmente le sorti di questo al prezzo dell’oro nero che, per motivi estranei alla volontà del governo venezuelano, nell’ultimo decennio sono in netta picchiata. Chomsky argomenta che, puntando su un’economia diversificata e sostenibile, sulla produzione di materie prime e beni alimentari, il paese in questo momento non patirebbe la penuria di derrate alimentari. Invece ponendo come obiettivo la crescita rapida e il profitto, Chávez stesso ha firmato la condanna a morte della rivoluzione bolivariana, completamente dipendente dal mercato del petrolio e dunque imbrigliato nelle spietate logiche neoliberiste che lo regolano.

Gianni Minà

Un ultimo punto controverso che si vuole portare all’attenzione, è la manipolazione operata da mezzi di comunicazione – di qualsiasi schieramento – e sottolineata da un articolo del Guardian del sei di agosto, riguardo le difficoltà che devono affrontare anche gli operatori nel campo dell’informazione per individuare notizie affidabili. In questo caso si tratta dell’assalto alla base militare di Paracamay, in cui tanto “i ribelli” quanto le forze governative asseriscono di aver avuto la meglio sulla parte avversaria: il governo sostiene di aver ucciso due insorti, averne imprigionati sette e di essere alla caccia dei dieci che sono riusciti a fuggire, mentre il Cap. Juan Caguaripano, leader della sommossa, smentisce questa versione per proporre un “totale successo […] dell’azione civile e militare per ristabilire l’ordine costituzionale”.

Ciò che Gianni Minà discute, è che si stia giocando un gioco sporco da parte dei media occidentali a spese del governo democraticamente eletto di Maduro, in cui le forze insorgenti vengono tratteggiate con toni eroici e di liberazione, senza mai approfondire da dove queste prendano i finanziamenti e l’appoggio per portare avanti delle operazioni così costose e anche complesse dal punto di vista strategico-militare. Il giornalista sostiene di avere dei dati che, al contrario, proverebbero che la violenza sulla popolazione si consuma in numero maggiore proprio per mano dei gruppi paramilitari, sostenuti da paesi come la Colombia e gli Stati Uniti, e che le fasi alterne della violenza sono caratterizzate proprio dalla riorganizzazione della resistenza armata.

Insomma, sono tutti punti di vista che danno un taglio alternativo alle notizie che riceviamo dal continente americano, che permettono di ottenere un ventaglio più ampio di sfumature intorno alla questione venezuelana, perché d’altronde parole come “resistenza” “ribelli” “insorti” non sono nuove agli occhi dell’audience occidentale, e in tempi recenti si sono rivelate infine una trappola ambigua in contesti come quello iracheno e siriano; vale dunque la pena prestare orecchio agli echi distorti per avere un quadro più completo e per poter costruire una propria critica opinione.

Camilla Eva Trotta

Dal 1993 con furore, sulla mia tomba scriveranno "Qui giace colei che non era d'accordo".

1 Commento

  1. Avatar
    Cristina Conte agosto 14, 2017

    Ce n’è bisogno di uno sguardo a ventaglio per capire una realtà complessa come è quella latinoamericana e nella fattispecie, in quella difficilissima venezuelana. In questo articolo trovo molte finestre sul mondo.

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