WhatsApp down? Non ci affezioniamo a qualcosa che non ci appartiene

Ancora WhatsApp down, ancora ondata di lamentele social

Un altro WhatsApp down, dopo quello di due settimane fa (4 maggio). Anche stavolta non mi sono accorto dei problemi sul momento, ma stamattina, aperto Twitter, ho notato il solito #whatsappdown nelle tendenze. E subito, aperto lo stesso hashtag, la valanga di lamentele e tweet comici in merito, come quello di seguito.

Molti contenuti sono di questo tipo, e molti altri invece sono meno velatamente infastiditi. Il malfunzionamento delle piattaforme di social networking e anche di messaggistica istantanea (come in questo caso), mi fa sempre riflettere. Mi fanno pensare a come, da uno strumento marginale, la rete nella sua accezione più generale sia cresciuta di pari passo con me, sino a diventare qualcosa di cui difficilmente riusciamo a fare a meno. È una riflessione di che spesso mi sono trovato a fare, che spesso ho sentito dire, ma che poi nella vita di tutti i giorni sparisce e lascia spazio all’utilità delle decine di servizi basati su una connessione ad internet che utilizzo.

È un concetto che ho sentito all’università, che ho letto nei libri per la mia tesi, che ho già riproposto in diverse occasioni, ma non è mai abbastanza, perché è facile pensare al “proprio” profilo Facebook, al proprio account “Instagram”, e così via. È facile pensare a qualcosa che è proprio, ma di proprio, in tutto ciò, c’è soltanto lo strumento che si utilizza per accedervi.

Crediamo ci appartenga, ma siamo tutti ospiti

Nel flusso dei tweet, ma anche mentre si parla tra amici, è facile vedere qualcuno che si arrabbia, si innervosisce per il WhatsApp down, o perché Instagram non funziona, e via dicendo. E credo che, in principio, sia come quando da un minuto all’altro l’automobile non parte più. Peccato che la situazione sia completamente differente. Nel caso della macchina è “legittimo” arrabbiarsi, è una cosa che veramente ci appartiene. Nel caso di WhatsApp down o simili, un po’ meno. È facile pensare che WhatsApp “ci appartenga”: è sul nostro smartphone, così come Facebook e tutte le altre app. Ma non c’è errore più grande. Quando utilizziamo un social network siamo ospiti in casa d’altri, siamo solo utilizzatori di un servizio.

Se si tratta di un servizio, potrebbe dire qualcuno, perché è gratis? Beh non è gratis. Non paghiamo in denaro per usare Facebook, è vero, paghiamo con i nostri dati. Paghiamo con le visualizzazioni dei video, paghiamo mettendo un like, anche solo scorrendo il nostro News Feed o pubblicando una foto del nostro gattino.

Ecco perché credo che bisogna cercare il più possibile di mantenere un atteggiamento distaccato. Certamente in molti (io per primo) abbiamo una piattaforma preferita, un tipo di contenuto che ci piace particolarmente condividere con amici e follower, qualcosa di originale che pensiamo abbiamo solo noi nel mondo la possibilità di creare. Allo stesso tempo però è bene, a mio parere, cercare di ricordare sempre che si tratta di una realtà che da un giorno all’altro potrebbe cambiare radicalmente senza dover dare spiegazioni a nessuno, stravolgendo tutto ciò a cui siamo abituati.

Questo potrebbe prevenire la “crisi” quando un servizio non funziona, permettendoci di prendere la cosa con leggerezza. Nel caso di WhatsApp down, per esempio, pensare di avere già la migliore alternativa pronta, che sia Telegram o meno. La chiave è riuscire ad evitare di sentirsi tagliati fuori da qualcosa che già di per sé non è nostro, di qualcosa dove siamo ospiti, e a cui abbiamo accesso per il nostro intrattenimento in cambio dei dati relativi alla nostra attività.

Andrea Careddu

Ho 22 anni e studio Comunicazione alla Carlo Bo di Urbino. Scrivo di Tech e Social Media. Racconto gli eventi dall'interno. Amo la fotografia. Studio Comunicazione e Pubblicità per le Organizzazioni. Sono @acareddu ovunque o quasi.

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