Yemen: una guerra dimenticata da cui neanche l’Italia può dirsi fuori

Una crisi umanitaria senza precedenti affligge uno dei paesi più poveri al mondo, dove imperversa dal 2015 una guerra civile senza tregua

È la più grande crisi umanitaria del nostro secolo quella che affligge lo Yemen.
Continua la guerra civile che vede da un lato la coalizione dei paesi arabi sunniti a guida saudita e sostenuti da Stati Uniti al fianco di ‘Abd Rabbih Mansur Hadi, presidente deposto con un colpo di stato nel gennaio 2015, dall’altra un’alleanza tra l’ex presidente Alì Abdallah Saleh e i ribelli Huthi, gruppo sciita zaydita che oggi controllano la capitale Sana’a, appoggiati dall’Iran, principale potenza sciita nella regione.
La guerra continua ad intermittenza e i bombardamenti indiscriminati da parte dell’Arabia Saudita colpiscono troppo spesso i civili inermi.

È un’emergenza senza fine, in cui ogni dieci minuti un bambino muore, secondo i dati confermati dall’ONU.
Alla guerra si aggiunge una crisi umanitaria, sanitaria ed alimentare senza precedenti.
Lo Yemen, paese strategico nel sud della penisola arabica, che domina il Golfo di Aden, rappresenta un campo di battaglia di una guerra combattuta per procura tra mondo arabo e Iran.
Quello che era uno dei più antichi centri di civiltà del mondo intero è ormai un paese distrutto, al collasso, coperto da macerie.

Un passo indietro

Ma facciamo un breve riepilogo per capire quali sono le ragioni che hanno portato alla guerra civile.
Nel 2011 anche lo Yemen ha vissuto la sua Primavera araba.
Nel 2012 Saleh, che per decenni aveva dominato il paese, ha ceduto il potere al suo ex vice Hadi, trascurando però la componente sciita nel paese.

L’escalation di violenze si trasforma in guerra civile nel 2015, quando un gruppo armato di ribelli Huthu, sostenuto dall’Iran a maggioranza sciita e in competizione con l’Arabia Saudita per l’influenza nella regione, ha costretto Hadi a lasciare la sua residenza.
Nel marzo del 2015 l’Arabia saudita decide di intervenire, dando inizio ai bombardamenti per riportare al potere Hadi e per contenere l’avanzata dei ribelli che controllano il nord, accusando Teheran di voler creare in Yemen una propria milizia.

È uno scontro tra Iran ed Emirati Arabi per la supremazia nello scacchiere mediorientale, in cui le popolazioni locali sono solo delle pedine e dove l’instabilità è voluta e finalizzata a riscrivere i rapporti di forza.
Nel paese più povero del Medio Oriente i civili soffrono mentre i terroristi ne approfittano per insinuarsi come un virus.


Nonostante il generale silenzio dei mezzi di comunicazione, sono diversi i motivi per cui i paesi arabi appoggiati da Stati Uniti hanno deciso di iniziare una guerra nello Yemen. Prima di tutto il paese si trova in una posizione strategica di importanza cruciale poichè controlla lo stretto di Bab el Mandeb che collega il Mar Rosso con il Golfo di Aden, arteria commerciale importantissima, anche per il passaggio del petrolio.
Inoltre la situazione è resa ancora più complicata dalla forte presenza di Al Qaeda, soprattutto nella parte meridionale del suo territorio. I jihadisti hanno di fatto sfruttato il caos generato dalla guerra civile estendendo la loro penetrazione nel paese. 

Qual è il ruolo dell’Italia?

Lo scorso ottobre la ministra della Difesa Roberta Pinotti si è recata in Arabia Saudita, ricevuta dal re saudita e dal Ministro della Difesa per discutere, a detta dei media sauditi, di relazioni bilaterali, soprattutto nel settore difesa.
Il nostro paese è stato accusato di armare i sauditi ed è ormai accertato che le bombe sganciate sullo Yemen provengono anche da industrie belliche di alcuni stati membri dell’UE, tra cui quella italiana, della quale l’Arabia Saudita è la sesta cliente a livello mondiale, nonostante la Legge n.185 del 1990 vieti espressamente al nostro paese di vendere armi a paesi in guerra.

La ministra si è giustificata negando fermamente un coinvolgimento del nostro paese nella vendita di armi ad un paese che dal 2015 ha avviato una campagna di bombardamenti aerei sullo Yemen, colpendo obiettivi e infrastrutture civili, centri abitati e persino strutture mediche.

Sono dati spaventosi quelli che emergono: 3 milioni di rifugiati interni, bloccati dalla geografia del paese, incastonato tra oceano e deserto, 16 mila morti e 44 mila feriti dall’inizio delle ostilità.
Due milioni di bambini sono colpiti da malnutrizione acuta e il colera li rende ancora più vulnerabili.
Un massacro sotto silenzio, in cui ogni giorno si registrano violazioni dei diritti umani, come è stato verificato dalla stessa Organizzazione delle Nazioni Unite.

Federica Antonecchia

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