E se Ulisse fosse donna? Intervista a Emine Sevgi Özdamar

La regista e drammaturga turco-tedesca conferisce fattezze femminili al mito omerico per raccontare l’odissea dei giorni nostri, fatta di migrazione, accettazione dell’altro, rispetto delle tradizioni e ricerca della propria identità

Foto Claudia Scuro

Scrittrice, autrice di testi teatrali e narrativi, attrice, incontriamo Emine Sevgi Özdamar – nata nella regione orientale dell’Anatolia, ma naturalizzata berlinese – in occasione della sua due giorni a Napoli per presentare il suo quarto testo drammaturgico, Perikizi. Un Sogno (Liguori editore), a cura di Silvia Palermo
La sua “bambine delle fate”, che dalla propria terra natia, la Turchia,  parte – nonostante i tentativi di fermarla compiuti dal padre e dalla nonna – per raggiungere l’Europa in cerca di libertà e della realizzazione del suo sogno, ovvero dedicarsi al teatro, è un moderno Ulisse-donna nato nell’ambito del progetto internazionale “Odissee Europa” (2010), che ha visto sei autori di altrettanti diversi paesi confrontarsi con il poema epico.
Ed è proprio da questa nuova identità conferita al mito, che il nostro incontro prende le mosse – in occasione della sua partecipazione a Il Teatro cerca casa in collaborazione con il Goethe Insitut – curiosi di conoscere il perché di questa scelta e quali le opportunità maggiori che essa ha consentito rispetto ai temi da affrontare, primo fra tutti quello della migrazione: «Quando ho letto l’Odissea mi sono identificata con la figura di Ulisse e pertanto ho scelto un percorso che io stesso conosco e ho fatto: è il percorso dei nostri giorni, in cui è plausibile che anche una donna si metta in cammino per una odissea, e non più solo un uomo come allora. È il sogno di una notte di mezza estate (ndr. riferimento shakespiriano presente nel testo, attraverso cui Perikizi parla) della protagonista».

Tra sogno e realtà

E come sia possibile in una unica storia, costellata di avventure, personaggi del regno dei vivi e dei morti, citazioni di poeti e autori – tra cui, oltre Shakespeare, anche Hölderlin o il poeta greco Kavafis -, far convivere la dimensione onirica propria del sogno con quella decisamente più concreta legata al concetto di integrazione, Özdamar ce lo spiega con grande efficacia: «Quando si racconta la propria storia a qualcuno, molto spesso ascoltandola la gente commenta “Ah, sembra un sogno!”: è dunque la propria storia, sono gli incontri che ciascuno fa che possono sembrare ed essere considerati un sogno, e da qui il collegamento dei due aspetti. Del resto, quando si è vissuti a lungo, molto spesso, le cose vissute, nel ricordo, sembrano un sogno!»
Dunque, nella poetica della Nostra, esattamente in equilibrio le due differenti condizioni, che così come nella vita reale, si ripetono nell’ambito creativo in cui dominante è l’attenzione verso le questioni sociali e politiche legate all’attualità, e per trattare le quali nessuno strumento – tra letteratura, cinema  e teatro,– risulta essere più congeniale o adatto, perché tutto dipende – come ci spiega – «da cosa voglio fare, dal mio desiderio di autrice. L’aspetto teatrale è contenuto anche in un romanzo, così come all’inverso un testo di teatro si può raccontare anche in maniera discorsiva. In entrambi i casi, in principio, c’è il foglio di carta bianca che ha la sua propria memoria e i suoi propri ricordi per cui in ogni caso, sia da un lato che dall’altro, ciò che si ha sono le figure che vengono raccontate e che vogliono raccontarsi, senza che vi sia alcuna opposizione da questo punto di vista».
Stesso dicasi se dal ruolo di scrittore si passa a quello di regista: «Anche in questo caso a prendere forma è un percorso durante il quale si incontra un’altra memoria, che è quella del personaggio che decide come sarà la scena, che ne farà la regia, che costruisce, prendendoselo, lo spazio in cui agire rispetto a ciò che l’autore vuole fare, come se ci fossero due visioni registiche separate». È il caso dell’inizio del libro Il ponte del Corno d’oro in cui è possibile identificare elementi autobiografici, come ad esempio il nome della strada, ma anche elementi frutto di invenzione, come la panetteria, a significare che essi emergono in relazione alla figura tratteggiata, in autonomia; o ancora del suo primo romanzo Life is a Caravanserai per il quale possedeva tre pagine di appunti relativi ai ricordi di infanzia a loro volta legati a sua madre (“nella pancia di mia madre”; “soldati sul treno”), «quando però è iniziato il processo di scrittura l’ordine cronologico di queste memorie si è invertito e i soldati, ad esempio, sono apparsi per primi».

Il maestro Brecht

Foto Claudia Scuro

Non solo scrittrice, come abbiamo detto all’inizio, Emine Sevgi Özdamar è anche attrice, e significativa è stata in tal senso la sua formazione all’interno del Berliner Ensamble, la troupe teatrale fondata da Bertold Brecht di cui ha fatto parte una volta trasferitasi in Germania. L’insegnamento più importante legato a questa esperienza? Non ha dubbi nel risponderci: «Se pensiamo al successo che hanno oggi i populisti nel mondo, Brecht è stato uno che ha sempre lottato con gli illusionisti della politica, e dunque, in questo momento, in realtà tutti abbiamo bisogno di Brecht: per la sua capacità di svelare l’illusione e costringere a riflettere».
Ma se il poeta, saggista e regista tedesco rappresenta un caposaldo sul fronte artistico e non solo, non da meno sono anche alcuni autori italiani, tra cui Giorgio Strehler di cui ha visto molte rappresentazioni, e Pier Paolo Pasolini, con i suoi film punto di riferimento di fondamentale importanza, insieme a De Sica, Fellini e Antonioni. Soprattutto per chi, come lei, ha fatto parte del movimento del ’68 in Turchia.
Infine, un messaggio a i giovani, in bilico tra voglia di fare e condizioni di crisi da fronteggiare, a cui spera giunga quanto l’arte, la cultura il teatro siano stati fondamentali nella sua vita, l’abbiano arricchita, emozionata e permesso l’incontro con persone straordinarie, e «se questa fiamma, raccontata con passione, amore, trasporto, arriverà anche solo a due persone su cento, ne sarà comunque valsa la pena».

[Si ringrazia Andrea Palermo per la preziosa traduzione in simultanea]

Ileana Bonadies

Giornalista, critico teatrale e organizzatore di eventi culturali, mi piace usare "le parole" per raccontare quanto di interessante e creativo accade intorno a me e oltre. Curiosità e amore per la Bellezza sono le mie doti... o forse i mie difetti!!!

0 Commenti

Nessun Commento!

Non ci sono ancora commenti, ma puoi prima commentare questo articolo.

Lascia una risposta

<

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.