Il cinque Maggio: Manzoni ed il fascino del potere

Il cinque maggio 1821 muore Napoleone Bonaparte: Manzoni ne scrive un'ode civile in memoria, mostrando il fascino che esercita il potere sull'uomo

Il 5 Maggio 1821 muore in esilio Napoleone Bonaparte, con lui si spegne la speranza di nutrita in segreto da molti, intellettuali e non, di un ritorno all’unità imperiale.

Alessandro Manzoni viene a conoscenza della notizia nel luglio del 1821, con notevole ritardo dunque, a causa della censura austriaca attiva nel milanese. Tuttavia, ne scriverà un’ode civile in memoria destinata a rimanere nella storia, sebbene non avesse mai manifestato una certa ammirazione per questa straordinaria figura storica, in quanto, da liberale, non nutriva certo simpatie politiche per l’uomo che aveva instaurato un potere politico personale e autoritario. A questo punto è lecito chiedersi:

come mai Manzoni gli dedicò un’opera che trasudava tanta ammirazione?

Ebbene, una prima risposta può essere fornita dalla notizia che si diffuse all’epoca, legata al momento finale della vita dell’ex imperatore: le notizie giornalistiche parlarono infatti della sua conversione cristiana avvenuta in punto di morte. Naturalmente, la visione profondamente cristiana di Manzoni lo indusse, a questo punto, ad effettuare una revisione dell’intera vicenda biografica di Napoleone da un punto di vista religioso piuttosto che politico, consacrandolo alla gloria immortale dei tempi.

L’intera ode si compone, infatti, continuamente di confronti irrealizzabili tra la figura di un Dio biblico e guerriero (profondamente giansenista) ed un uomo la cui grandezza ha qualcosa della grandezza divina.

Tuttavia sarebbe alquanto riduttivo considerare la scelta di Manzoni soltanto come frutto di un’ispirazione di matrice religiosa. In realtà, dallo stesso confronto tra Dio e l’uomo-Napoleone emerge una sorta di parallelismo tra due forme diverse di potere e autorità, a testimonianza del fascino atavico esercitato da questi ultimi sull’uomo.

Infatti nessun intellettuale, anche i più “scettici” come Manzoni, poteva affermare di non aver subito il fascino della figura napoleonica che rispecchiava l’ideale del condottiero romantico (sebbene Manzoni aborrisse qualsiasi insinuazione ad una sua presunta “propensione romantica”). Ricordiamo ad esempio la grande delusione che la cessione di Venezia agli Austriaci provocò nel giovane Foscolo (esperienza da cui nacquero Le ultime lettere di Jacopo Ortis) che tanto aveva riposto, come la maggior parte degli intellettuali, le sue speranze di indipendenza nel generale francese erede della Rivoluzione.

La poesia Il cinque maggio è dunque una delle testimonianze più interessanti di quanto fascino siano in grado di esercitare le grandi personalità ed il potere che emanano, nel bene o nel male. Un tema attualissimo nella realtà odierna dove ha un enorme peso l’importanza dell’immagine pubblica per i rappresentanti del potere politico e per la loro strategia di consenso.

Nessuno è immune all’attrazione del potere, ecco dove risiede la grandezza del messaggio psicologico colto da Manzoni

Ei fu. Siccome immobile,
Dato il mortal sospiro,
Stette la spoglia immemore
Orba di tanto spiro,
Così percossa, attonita
La terra al nunzio sta,

Muta pensando all’ultima
Ora dell’uom fatale;
Nè sa quando una simile
Orma di piè mortale
La sua cruenta polvere
A calpestar verrà.

Lui folgorante in solio
Vide il mio genio e tacque;
Quando, con vece assidua,
Cadde, risorse e giacque,
Di mille voci al sonito
Mista la sua non ha:

Vergin di servo encomio
E di codardo oltraggio,
Sorge or commosso al subito
Sparir di tanto raggio:
E scioglie all’urna un cantico
Che forse non morrà.

Dall’Alpi alle Piramidi,
Dal Manzanarre al Reno,
Di quel securo il fulmine
Tenea dietro al baleno;
Scoppiò da Scilla al Tanai,
Dall’uno all’altro mar.

Fu vera gloria? Ai posteri
L’ardua sentenza
: nui

Chiniam la fronte al Massimo
Fattor, che volle in lui
Del creator suo spirito
Più vasta orma stampar.

La procellosa e trepida
Gioia d’un gran disegno,
L’ansia d’un cor che indocile
Serve, pensando al regno;
E il giunge, e tiene un premio
Ch’era follia sperar;

Tutto ei provò: la gloria
Maggior dopo il periglio
,

La fuga e la vittoria,

La reggia e il tristo esiglio:

Due volte nella polvere,
Due volte sull’altar.

Ei si nomò: due secoli,
L’un contro l’altro armato,
Sommessi a lui si volsero,
Come aspettando il fato;
Ei fe’ silenzio, ed arbitro
S’assise in mezzo a lor.

E sparve, e i dì nell’ozio
Chiuse in sì breve sponda,
Segno d’immensa invidia
E di pietà profonda,
D’inestinguibil odio
E d’indomato amor.

Come sul capo al naufrago
L’onda s’avvolve e pesa,
L’onda su cui del misero,
Alta pur dianzi e tesa,
Scorrea la vista a scernere
Prode remote invan;

Tal su quell’alma il cumulo
Delle memorie scese!
Oh quante volte ai posteri
Narrar se stesso imprese,
E sull’eterne pagine
Cadde la stanca man!

Oh quante volte, al tacito
Morir d’un giorno inerte,
Chinati i rai fulminei,
Le braccia al sen conserte,
Stette, e dei dì che furono
L’assalse il sovvenir!

E ripensò le mobili
Tende, e i percossi valli,
E il lampo de’ manipoli,
E l’onda dei cavalli,
E il concitato imperio,
E il celere ubbidir.

Ahi! forse a tanto strazio
Cadde lo spirto anelo,
E disperò: ma valida
Venne una man dal cielo,
E in più spirabil aere
Pietosa il trasportò;

E l’avviò, pei floridi
Sentier della speranza,
Ai campi eterni, al premio
Che i desidéri avanza,
Dov’è silenzio e tenebre
La gloria che passò.

Bella Immortal! benefica
Fede ai trionfi avvezza!

Scrivi ancor questo, allegrati;
Chè più superba altezza
Al disonor del Golgota
Giammai non si chinò.

Tu dalle stanche ceneri
Sperdi ogni ria parola:
Il Dio che atterra e suscita,
Che affanna e che consola
,

Sulla deserta coltrice
Accanto a lui posò.

Sara Fiore

Sara Fiore, siciliana, studentessa universitaria in lettere moderne, classe 1994. Bibliofila, cinefila, letterata, scrittrice in erba passionale come la mia terra. Le parole sono il mio super potere! #thinkcreative

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