Tallinn, al vertice dei ministri europei si pensa a salvare l’Europa dalla crisi migranti (ma non l’Italia dall’emergenza)

Difficile stabilire se si possa parlare con soddisfazione del vertice informale di Tallinn svoltosi ieri. Il tema all’ordine del giorno, stabilito in Commissione lo scorso 4 luglio, sarebbe dovuto essere la crisi migratoria che sta piegando l’Italia. Così è stato: si è parlato di una più stretta collaborazione tra la Guardia Costiera libica e quella italiana, spalleggiata dalla Commissione; del rafforzamento del confine meridionale della Libia; della smobilitazione immediata di fondi per accelerare le misure previste dalla legge Minniti (35 milioni di euro per potenziare la rete degli Hotspot in Italia e velocizzare l’identificazione e il rimpatrio dei migranti senza diritto di asilo) e per bloccare il flusso dei migranti prima che questi tentino la traversata del mediterraneo (46 milioni, da investire in collaborazione tra le autorità libiche e quelle italiane). Sono stati assegnati i compiti per casa: l’Italia dovrà stilare un codice di comportamento per le ONG, coadiuvata dalla Commissione, e lavorare sui rimpatri immediati, tentando di bloccare il prima possibile la circolazione dei migranti. Gli altri stati membri dovranno impegnarsi nello stipulare accordi bilaterali con Tunisia, Algeria ed Egitto per la cooperazione nel mediterraneo, oltre che lavorare con Libia, Tunisia ed Egitto per stabilire chiaramente le loro aree di recupero e salvataggio dei migranti. Non solo: oltre ai contributi per il fondo UE-Africa, a tutti gli stati membri è stato chiesto di implementare i lavori per la riforma del regolamento di Dublino e, si legge nel comunicato della Commissione, “accelerare la rilocalizzazione dall’Italia rispondendo più velocemente alle richieste italiane”.

In occasione dell’apertura del semestre estone di presidenza del Consiglio UE, i ministri degli Interni e della Giustizia europei si sono riuniti ieri a Tallin. Prima ancora di sedersi, il messaggio è stato chiaro: i nostri porti rimangono chiusi. Questa è la posizione dichiarata da Francia e Spagna, gli altri paesi con cui l’Italia potrebbe condividere il fardello dei nuovi arrivi. Neanche la Germania, secondo le parole del ministro Thomas de Maiziere, sosterrà “la cosiddetta regionalizzazione delle operazioni di salvataggio”. Chiusura anche da Belgio ed Estonia.

L’Italia insomma, che pure si è meritata e continua a meritarsi stima e complimenti nelle sedi istituzionali per aver accolto la maggior parte degli sbarchi (“Viva l’Italia!”, ha esclamato il presidente della Commissione Juncker davanti al Parlamento europeo, lo scorso 4 luglio), a quanto pare dovrà tenersi anche la maggior parte degli oneri dell’accoglienza. Ma a cosa servono tanti complimenti, quando sul campo la situazione è critica e il resto dell’Europa sembra non volersi “sporcare le mani” – sempre che, laddove in sostanza si parla di vite da salvare, si possa parlare in termini di “sporcarsi le mani”?

Servono perché, parafrasando il capo dello Stato Mattarella (che a sua volta aveva parafrasato Massimo D’Azeglio), “fatta l’Europa, bisogna fare gli europei“. In realtà la frase pronunciata dal Presidente della Repubblica lo scorso marzo – proprio in occasione dei 70 anni dai Trattati di Roma, con cui il progetto europeo è nato – recitava esattamente il contrario: “fatti gli europei, bisogna fare l’Europa”. Ma il vertice di ieri sembra aver dimostrato che invece l’Europa esiste: esiste una Commissione che ha stilato un preciso action plan, esistono i fondi stanziati per implementare le misure necessarie (i 35 milioni per attuare le disposizioni della legge Minniti sono d’immediata smobilitazione), esiste un corpus istituzionale la cui voce è molto più autorevole di quella della sola Italia o degli altri singoli paesi per negoziare accordi bilaterali con i quelli del nord Africa.

Peccato che a mancare siano gli europei. E non a livello di società civile – da quel punto di vista, onestamente sta diventando sempre più difficile non sentirsi anche europei -, ma tra le élite politiche. Lo dimostra il fatto che, venendo alle misure a breve termine per risolvere l’emergenza migratoria, ognuno tenda ancora a pensare alla propria nazione (un concetto così squisitamente europeo da ritenere quasi una follia pensare di potersene liberare). E così Spagna e Francia sbarrano le porte dei propri porti, l’Austria schiera mezzi blindati sulla frontiera del Brennero, il gruppo di Visegrad (Ungheria, Slovacchia, Repubblica Ceca e Polonia) blocca da mesi le trattative sul regolamento di Dublino. La questione cambia nel lungo termine: che l’Europa esiste si nota anche dallo sforzo per cercare di bloccare il flusso di migranti direttamente dalle coste libiche, andando a lavorare alla radice del problema. Può risultare una tattica vincente per fermare la crisi: ma per l’emergenza non funziona. Ed è proprio nel fronteggiare l’emergenza che l’Italia ha bisogno di aiuto.

Non che si tratti di reazioni assurde: tutt’altro, è quanto di più comprensibile possa esistere. È comprensibile chiudersi in casa quando si affaccia un pericolo. È comprensibile il rifiuto di collaborare: fa parte della logica su cui si regge il mondo, “io bado al mio interesse e se ti sembra che stia badando anche al tuo è perché in qualche modo ciò vuol dire badare anzitutto al mio”: pura realpolitik. Comprensibile… nell’Europa di settant’anni fa. Nel frattempo invece è nato un organismo, l’Unione Europea, ibrido e in continua evoluzione, la cui premessa sarebbe dovuta essere proprio un superamento di tale logica con una integrazione sempre più forte non solo a livello economico (quella fase l’abbiamo superata da un paio di decenni ormai), ma anche politico. Invece ieri a Tallinn è arrivata l’ennesima conferma di quanto quest’ultimo pilastro sia ancora troppo debole.

Liliana Farello

Aquilana, classe '93, attualmente studio Relazioni Internazionali alla Sapienza di Roma. Nel mio futuro mi piacerebbe vedere cosa c'è dall'altra parte del mondo, ci sto lavorando.

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