Armi da fuoco negli USA: il prezzo da pagare per la libertà?

La strage del 14 febbraio in una scuola in Florida ha riaperto la discussione sul controllo delle armi

L’ultimo evento luttuoso

Solita notte da lupi negli Stati Uniti, in cui in questi ultimi giorni si sta riaprendo, prepotentemente, il dibattito sull’uso e sulla vendita di armi da fuoco. Il casus belli, stavolta, tocca le corde più delicate della società americana, dal momento che nella giornata di San Valentino un ragazzo di diciannove anni ha aperto il fuoco nella scuola che l’aveva espulso, uccidendo diciassette persone tra studenti e adulti e ferendone altre quindici. Le immagini della processione di adolescenti in lacrime, con le mani sulla testa, che percorrevano le strade di un agglomerato urbano di Parkland, in Florida, uscendo dalla propria scuola, hanno fatto rapidamente il giro del mondo.

Il killer, armato di un fucile semiautomatico AR-15 e di una pistola, ha prima fatto scattare l’allarme antincendio per creare caos e poi ha preso a sparare sulla folla di compagni e professori della scuola. Nicolas Cruz, diciannove anni, era stato segnalato attraverso internet a causa di un commento lasciato su YouTube: “I’m going to be a professional school shooter”. Era stato quindi denunciato prontamente dall’autore del video al FBI, che tuttavia non aveva proseguito con le indagini per non aver potuto rintracciare l’autore nel commento, nonostante l’username del ragazzo fosse nient’altro che nikolas_cruz. Il profilo del killer su Instagram lo vede ritratto più volte con il volto coperto, mostrando alla fotocamera armi di varia natura. I suoi compagni lo descrivono ora come un ragazzo inquietante. Il giovane era stato sottoposto a cure psichiatriche e pare che in passato avesse fatto parte di un gruppo di suprematisti bianchi.

Dati e statistiche preoccupanti

Solo nei primi cinquanta giorni del 2018, cioè dal primo gennaio al 17 febbraio, sono morte 1904 persone in seguito a sparatorie negli USA. Ci sono state 32 stragi (dove, per “strage”, il Gun Violence Archive intende un evento in cui almeno quattro persone siano state volontariamente ferite o uccise con un’arma da fuoco) e ben 445 minori sono stati feriti o uccisi. Gli Stati Uniti sono il primo paese al mondo per possesso di armi da fuoco, con un record di 88 armi per 100 abitanti: per dare una misura, il secondo paese è lo Yemen, in cui è in corso una guerra civile decennale, con 55 armi ogni 100 abitanti. Gli studi, tuttavia, dimostrano che solo una percentuale relativamente piccola della popolazione statunitense detiene armi da fuoco: in un sondaggio di Al-Jazeera, il 30% degli intervistati ha dichiarato di possedere un’arma personale.

Una lettura sociale del fenomeno

Eppure, secondo i dati pubblicati dal Guardian, il 3% della popolazione possiede il 50% di tutto l’armamentario statunitense: si tratta perlopiù di maschi bianchi con più di sessant’anni, insomma, una categoria che secondo le stime del Pew Research Center entro il 2050 si sarà dimezzata. Tuttavia, questo non deve permetterci di sottostimare l’ampiezza del problema: i dati sulla detenzione di armi da fuoco e sulla crescita nella vendita di queste (+38% negli ultimi vent’anni) ci suggerisce che il gruppo sociale in questione si sente sempre più minacciato e sarà sempre più pronto a difendere con le unghie e con i denti il proprio diritto di detenere armi da fuoco.

D’altronde la stessa l’amministrazione Trump, giunta alla Casa Bianca anche grazie al voto dello zoccolo duro di maschi bianchi over 60, ha reso più semplice l’accesso all’acquisto di armi, firmando ad esempio un decreto a febbraio 2017 che abolisce la necessità di controlli al momento della spesa da parte di persone con disturbi mentali.

Il dibattito in corso

Da anni, ciclicamente, le leggi sul possesso di armi vengono duramente criticate dall’opinione pubblica statunitense, posto anche che il rischio di morire per un colpo d’arma da fuoco negli USA è undici volte maggiore rispetto a quello che si corre negli altri paesi occidentali. Lo scudo costituzionale per difendere questo privilegio è dato dal Secondo Emendamento, un emendamento che prevede il diritto degli Stati federati di avere una propria milizia (“A well regulated militia, being necessary to the security of a free state, the right of the people to keep and bear arms, shall not be infringed.”) per difendersi dal rischio di un’interferenza dello Stato centrale. Già durante la metà del XIX secolo, tuttavia, questa prescrizione è stata principalmente interpretata dai giudici in chiave individuale, dandone una lettura che guardi favorevolmente alla detenzione d’armi, e così la giurisprudenza ha fatto storia, tanto che oggigiorno i difensori del possesso d’armi ne parlano come del prezzo da pagare per la libertà.

La decisione della Corte Suprema

La Corte Suprema si è espressa nel 2008 dopo una lunga e combattuta consultazione. E mentre quattro giudici hanno optato per una lettura restrittiva della norma, che dunque si riferirebbe solo al diritto degli Stati federati di mantenere un esercito e di auto-difendersi, gli altri cinque, la maggioranza, hanno concordato su un’interpretazione più ampia, che lasci spazio al diritto individuale di detenzione delle armi. Tuttavia, il Giudice Scalia ha motivato poi la sentenza con una posizione moderata che invita il Governo a prendere in considerazioni gli strumenti necessari alla regolamentazione delle armi.

È evidente la soluzione non può ricercarsi unicamente nel testo costituzionale, ma ha bisogno di misure politiche, di un confronto serio e sano nelle arene istituzionali, che prenda in considerazione non solo agli interessi delle lobby, ma che guardi in maniera più complessiva al dibattito sulle armi come a un segno della società in evoluzione, una società figlia delle migrazioni, dell’industrializzazione e della globalizzazione, che deve affrontare sfide nuove e affinare per questo obiettivo nuovi strumenti.

Camilla Eva Trotta

Dal 1993 con furore, sulla mia tomba scriveranno "Qui giace colei che non era d'accordo".

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