Ciro Cirillo: quella trattativa destinata a restare nell’ombra

La scelta di procedere con un negoziato, il coinvolgimento della camorra di Raffaele Cutolo: attorno a un caso di quarant'anni fa molti punti restano ancora poco limpidi

La morte di Ciro Cirillo riporta alla luce un caso seppellito con non poca fatica: quello del suo rapimento e, soprattutto, del suo rilascio. Una prigionia durata 89 giorni, ostaggio della Brigate Rosse che, in quegli anni, avevano ormai messo a punto una strategia ben precisa: colpire personalità sensibili, per raggiungere obiettivi strategici.
Era il 1981, un anno dopo il terremoto che devastò l’Irpinia. Proprio a seguito del sisma il democristiano Cirillo era stato nominato vicepresidente del Comitato tecnico per la ricostruzione – era lui, insomma, a tenere i lacci della borsa. Ecco cosa ne faceva un obiettivo strategico per le Br, che per la sua liberazione richiesero (oltre ad alloggi e e indennità per i terremotati) la pubblicazione del “processo” a cui la colonna brigatista napoletana aveva sottoposto Cirillo.

Il sequestro di Cirillo arrivava tre anni dopo quello del presidente della Dc Aldo Moro. Il confronto tra i due è automatico e impietoso: perché, dopo quasi novanta giorni di prigionia, Cirillo alla fine fu rilasciato; Aldo Moro invece, com’è noto, venne sacrificato.
Per Cirillo insomma la via della trattativa sembrò percorribile – nonostante neanche nel suo caso i terroristi abbiano risparmiato spargimenti di sangue: il 27 aprile 1981, giorno del suo rapimento, persero la vita il suo autista, Mario Cancello, e il brigadiere di pubblica sicurezza, Luigi Carbone. Non solo: ai fini del rilascio, i servizi segreti presero immediatamente contatto con Raffaele Cutolo, capo della Nuova camorra organizzata e allora detenuto presso il carcere di Ascoli Piceno.

La trattativa dunque come unica alternativa. Per il pagamento del riscatto (come se il soddisfacimento delle richieste già avanzate dalle Br non fosse stato già abbastanza per il rilascio) pare siano stati raccolti fino a due miliardi: quel che è certo è che ai terroristi rossi ne arrivarono di meno, circa un miliardo e 450 milioni.
Dunque, meglio trattare attraverso la camorra che con i brigatisti? Dopotutto, meglio un implicito riconoscimento di legittimità a un esponente come Cutolo – che oltretutto proprio per questo risultò sempre più debole agli occhi della criminalità organizzata – piuttosto che riconoscerne a una forza, quella delle Brigate Rosse, totalmente sconosciuta. Sono solo illazioni, ovviamente: quel che è certo, però, è che sarebbe difficile parlare di una vera e propria inchiesta sui fatti di quei mesi.

Di fatto dunque lo Stato sembrò prendere due piccioni con una fava: ottenere il rilascio di Cirillo e sminuire l’ascendente di Cutolo – che, all’indomani della vicenda, venne trasferito al carcere di massima sicurezza dell’Asinara.
Se non fosse che tutto ciò ebbe un prezzo: oltre a quel mezzo miliardo di riscatto raccolto e mai arrivato a destinazione, il caso è costellato di vite tolte di mezzo (come quella di Vincenzo Casillo, socio di Cutolo e anch’egli impegnato nelle trattative, o di Aldo Semerari, braccio destro di Cutolo e presunto autore del falso articolo, uscito proprio in quei giorni sull’Unità, che accusava i democristiani Vincenzo Scotti e Francesco Patriarca di essere coinvolti nelle trattative per il rilascio di Cirillo) e di voci messe a tacere (quella di Carlo Alemi, giudice istruttore cui arrivò un’inchiesta disciplinare da parte del CSM).

 

Liliana Farello

Aquilana, classe '93, attualmente studio Relazioni Internazionali alla Sapienza di Roma. Nel mio futuro mi piacerebbe vedere cosa c'è dall'altra parte del mondo, ci sto lavorando.

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