David Bowie un eroe nell’immaginario

David Bowie attesta fin dall’inizio della sua carriera una precisa consistenza di icona culturale, che a partire dalla musica, nel tempo fluisce attraverso i media, le arti, le tecnologie e il marketing

David Bowie s’inserisce nel quadro complesso dell’industria culturale, dei sistemi della comunicazione e quindi dell’immaginario contemporaneo attraversando almeno cinque generazioni di appassionati, cultori e fan. Il Duca Bianco attesta, fin dall’inizio, una sua precisa consistenza di icona culturale, che a partire dalla musica, nel tempo fluisce attraverso i media, le arti, le tecnologie, i momenti performativi, i set interattivi, il marketing. E soprattutto stabilisce un magistrale primato legato sempre all’innovazione e alla sperimentazione. Ragionando attorno a Bowie dobbiamo parlare di un personaggio in grado di nutrirsi di precisi “cortocircuiti” che oltre la musica è stato capace d’inglobare differenti pratiche e teoresi. Da qui interessi interdisciplinari che vanno dalla sociologia dei processi culturali e comunicativi, ai linguaggi dell’arte contemporanea, dell’avanguardia letteraria ed audiovisiva. Abilmente mixato dentro una personale e tenace tensione visionaria e pragmatica. Il tutto ha inizio dagli anni Sessanta a partire dalla produzione sonora dove Bowie, quasi immediatamente, diviene tra i maggiori interpreti di una nuova visione della creatività e dei consumi di massa. Indicando una logica comunicativa che avrà diversi nomi e “maschere”. Ma, a differenza di altri protagonisti della grande produzione musicale, avrà una capacità di determinare tensioni puramente artistiche, invenzioni generazionali e progettualità d’impresa che lo trattengono al centro di precisi interessi sociologici e mediologici.

Insomma, l’opera di Bowie ha da subito espresso una densa capacità di penetrare nei tessuti della comunicazione contemporanea muovendosi su svariate modalità operative. Creando da un lato la nascita di artista Re Mida (per quanto riguarda la creatività) e dall’altro un’inedita rete di completa adesione divistica. Una tipologia di “star” che, ad esempio, nel cinema ritroviamo in James Dean o Marylin Monroe, in musica a parte Bowie forse soltanto in Madonna o prima ancora nei Beatles. Da tutto questo nasce l’esigenza (ebbene sì, parlo proprio di esigenza) di dover ritrovare nel tempo un percorso di osservazione che ne evidenzi la singolarità della sua proposta socio-culturale, che sconfina continuamente nella cultura dei mass-media e del costume. Dai feticci industriali al divismo, dal tema della bellezza al travestitismo, dal cinema underground all’arte commerciale, la ricerca di Bowie rivela una continua sovrapposizione mimetica con la sua fonte iconica principale: gli immaginari. Eccezionali percorsi di una contemporaneità continuamente indagata e costantemente reinventata. L’analisi degli immaginari sondati dal Duca Bianco è interessante per quanti si occupano di scienze sociali e umanistiche anche per comprenderne l’evoluzione da un punto di vista freddo e distaccato come spesso la glacialità di Bowie ci ha abituato. Una grande capacità di Bowie è stata, infatti, anche quella di mettere a nudo la nostra realtà o vestita solo di orpelli e paillettes, di sfidare la nostra sedentarietà e indifferenza dinanzi al già visto, al già sentito e al già vissuto.

L’utilizzo socializzate di Bowie di tutti i linguaggi espressivi sembra annunciare una pratica dell’immaginario in un continuo divenire soprattutto per quanto riguarda i temi dell’audience e dei consumi, di un riuscito processo di “auto-comunicazione” e soprattutto è indagine utile per comprendere la dimensione “identitaria”. Con un arguzia sensibilmente avanguardista (ma anche manageriale, ricordiamo il suo essersi quotato in Borsa) Bowie sintetizza grandi capitoli del XX secolo e ne annuncia il XXI. Un procedere che nell’immediato è musicale ma nella sostanza è un caleidoscopio denso di trame esistenziali, vicissitudini, alterazioni, viaggi, conoscenze, traumi, ribellioni, scoperte. Il tutto sempre innervato da un grande stile misto a ricerca. Un procedere vistosamente vivace e incoronato da una miriade di situazioni, trame, concetti, nozioni, nudità del pensiero ed eleganza del procedere.

Insomma d’ora in poi quando ascolteremo “Star man”, “Life on Mars?” o “Absolute begginers” (giusto per fare qualche titolo) cogliamone, anche, le miriade di prospettive, ragionamenti e strategie che abitano lo straordinario immaginario di quell’eterno ragazzo con un occhio azzurro e un altro quasi nero.

 

 

Alfonso Amendola

Alfonso Amendola è professore di Sociologia degli audiovisivi sperimentali all’Università di Salerno. Il suo percorso di ricerca si muove su un crinale tra consumi di massa e culture d’avanguardia. È condirettore di “Unknown Pleasures” (seminario permanente sull’immaginario). Tra i suoi ultimi lavori le curatele dei volumi "Teatro e immaginari digitali. Saggi di sociologia dello spettacolo multimediale" (con V. Del Gaudio, 2017), "Romanzi e immaginari digitali. Saggi di mediologia della letteratura" (con M. Tirino, 2017), "Saccheggiate il Louvre. William S. Burroughs tra eversione politica e insurrezione espressiva" (con M. Tirino, 2016). Attualmente lavora ad una monografia dedicata alla fenomenologia del dandy.

1 Commento

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    Marina Maggio 07, 2017

    Convincente analisi di un mito camaleontico dei nostri tempi, sempre attuale.

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