Di dubbi che fanno evolvere e di paure che non bloccano: l’autobiografia sociolinguistica

Ognuno di noi ha molte storie da raccontare. Partendo dal proprio punto di vista sociolinguistico

Tra le cose che faccio, insegno sociolinguistica in un’università americana a studenti graduate, quindi “grandi”. Studiano in un programma per imparare l’italiano che non solo eroga corsi nella nostra lingua, ma che prevede anche che la cornice comunicativa sia in italiano: i ragazzi firmano un “patto linguistico” per cui, per tutta la durata del corso, non usano mai l’inglese tra le mura dell’università.

Un esercizio utile: descriversi

Oggi, i miei studenti americani mi hanno presentato la ricerca che ho fatto fare loro nelle ultime settimane di corso. All’inizio, a marzo, avevo chiesto loro di descriversi da un punto di vista sociolinguistico. Che facessero una lista di tutto quello che pensavano rilevante per la loro formazione, dalla nascita a oggi: un’autobiografia linguistica, insomma, o, come la chiamava Giovanni Nencioni, grande linguista a lungo presidente dell’Accademia della Crusca, autodiacronia linguistica.

All’epoca ne era venuta fuori una mezza paginetta striminzita. Ed è normale. Le persone, di solito, fanno fatica a focalizzare quali siano le cose linguisticamente rilevanti nella loro quotidianità o nella loro formazione: raccontano, normalmente, dove sono nate e magari dove hanno studiato, forse elencano le lingue che conoscono, ma poco altro: il ragionamento metalinguistico, infatti, va esercitato, non è istintivo e naturale.

Adesso, a fine corso, ho chiesto a loro di riprendere in mano quella mezza paginetta e cercare di ampliarla, anche grazie a tutto quanto abbiamo studiato assieme a lezione.

Ebbene, il risultato è stato notevole.

Ogni persona una sorpresa, quasi la sceneggiatura di un film

  • Ho conosciuto quella che ha fatto la ballerina di danza classica per quindici anni e che, finalmente, ha compreso che questa sua passione è stata alla base del desiderio di imparare il francese. Lei, di origine italiana, ma con una famiglia capace di parlare solo il dialetto del paesino di provenienza e l’inglese, come moltissimi oriundi, ha poi deciso di studiare la nostra lingua per riconnettersi alle proprie lontane radici. Ma ha anche capito che le forme “errate” (ossia dialettali, non italiane standard) usate in famiglia, dai genitori e dai nonni, rappresentano un suo importante patrimonio personale: sono l’idioletto della sua famiglia, la lingua del cuore.
  • Ho scoperto il ragazzo WASPissimo – definizione sua –, biondo, muscoloso ma con un’ombra negli occhi, cresciuto in una famiglia dell’alta borghesia americana, trasferitasi a Martha’s Vineyard; ottime scuole, vita ben impostata, ma roso dalla necessità di andare oltre, di uscire dal suo recinto lindo e confortevole, di imparare altre lingue tra cui l’italiano e di fare lo scrittore. Il suo sport preferito? Il calcio. L’assimilazione  è completa.
  • Ho finalmente visto per davvero la donna sposata con un americano, ma dal cognome da nubile italianissimo, per la quale la nostra lingua rappresenta il punto focale del rapporto tra lei e suo padre, un sacerdote molto anziano; mentre i loro discorsi vertevano normalmente su cose “di chiesa”, lei, da bambina, usava ascoltare le telefonate del padre con i cugini italiani e in quel momento lui le appariva meno distante del solito. Ci ha raccontato, lacrime agli occhi, della violenta sensazione di casa quando è arrivata la prima volta in Italia.
  • Poi c’è l’italiana esterofila, che attraverso il suo rapporto con l’inglese e la sua permanenza negli States ha capito che cosa sia l’italianità. L’inglese l’ha riconciliata con il suo essere italiana, che prima non le interessava, non le piaceva, ma il fidanzato se l’è scelto comunque americano. Italiana sì, ma con juicio.
  • E infine c’è l’afroamericana inquieta, che sta ancora cercando di capire chi sia e da dove venga, ma soprattutto dove stia andando. È un calderone di idee che vive la conquista del sé con dolore, come un vero e proprio parto. E soffre nel farlo, anche la sua scrittura: complessa, contorta, densissima, ma al contempo bellissima. La descrizione della sua infanzia in una città al confine con il Messico. Le difficoltà. Ma, soprattutto, il ricordo essenziale della madre che continuava a ripeterle: “Ricordati che per tutta la vita, sempre, verrai giudicata per quello che dici e per come lo dici”.

 

Conoscere gli altri per conoscere sé stessi*

Siamo usciti tutti arricchiti, credo. Abbiamo concluso la lezione un po’ frastornati, con la sensazione di aver capito qualcosa non solo degli altri, ma anche di noi stessi. Soprattutto, abbiamo convenuto su un punto: se le persone riflettessero di più sulla complessità delle loro storie personali, su quanto famiglia, luoghi, incontri, lingue abbiano contribuito a quello che sono, sarebbe molto più difficile essere xenofobi, avere paura del diverso. Alla fine, nessuno vive davvero in una bolla omogenea.

“I disagiati”

Stazione ferroviaria di Oslo, foto mia

Io e loro abbiamo capito di condividere un tratto: l’inquietudine, la sensazione di scomodità perenne, di essere sempre quelli un po’ strani. Pur provenendo da situazioni sociali estremamente diverse, tutti quanti eravamo – e siamo – spinti, quasi tormentati dalla voglia di andare oltre, di capire di più, di mettere in dubbio le nostre certezze culturali, i nostri core value. Nessuno di noi si è accontentato del proprio milieu, delle proprie possibilità. Siamo tutti dei rompibolle, per usare un’espressione cara a Bruno Mastroianni, ideologo, non a caso, della #disputafelice, del confronto con chi la pensa diversamente come forma di accrescimento personale e culturale.

Abbiamo, ovviamente, paura delle cose che non conosciamo, ma è una paura che ci spinge ad andare oltre, invece che bloccarci. “Sono cambiamenti solo se spaventano“, cantano i Subsonica. Ma allo stesso tempo, un’attrice-cantante che sicuramente può meritarsi il cartellino di inquieta, Juliette Lewis, canta del fascino dell'”andare fuori”, nella terra incognita.

E voi, quante volte al mese, alla settimana, al giorno, all’ora, avete voglia di esplorare l’inesplorato? In fondo, è uno dei motori della conoscenza. Ed è normale, normalissimo, avere paura.

* Per chi avesse perplessità sul fatto che ho scritto (volutamente) “sé stessi” con l’accento, cfr. “Accentazione del pronome se stesso” sul sito web della Crusca.

Vera Gheno

Sociolinguista, specializzata in comunicazione mediata dal computer, PhD in Linguistica e Linguistica Italiana, insegna come docente a contratto all'Università di Firenze (Laboratorio di italiano scritto), all'Università per Stranieri di Siena (Laboratorio di alfabetizzazione informatica) e al Middlebury College (sede di Firenze; Sociolinguistica). Collabora con l'Accademia della Crusca dal 2000 e dal 2012 ne cura il profilo Twitter. Traduce letteratura dall'ungherese. Ha pubblicato un libro, "Guida pratica all'italiano scritto (senza diventare grammarnazi)" (2016, Firenze, Franco Cesati Editore).

0 Commenti

Nessun Commento!

Non ci sono ancora commenti, ma puoi prima commentare questo articolo.

Lascia una risposta

<

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.