Dormire in un albergo diffuso è un atto d’amore per il territorio

Dormire in un albergo diffuso, in Italia, può significare dormire dentro un trullo o un sasso di Matera. Un’esperienza di viaggio tutta sui generis, non a prova di semplici turisti

Che sia a due passi da Westmister o affacciato sulle spiagge di una remota isola greca, un albergo — specie se di catena— rischia di essere sempre uguale a se stesso: identica la disposizione delle camere, la logistica al loro interno, identici i servizi e gli arredamenti, identico l’approccio del personale ai clienti. È un modo come un altro per farli sentire a casa: un albergo, un po’ come le stazione, gli aeroporti, le metropolitane diventa insomma un hub protetto e in grado di tenere i suoi clienti al protetto da quelle differenze sociali e culturali che, pure, sono la vera anima del viaggio. Per questo, da sempre, il mercato dell’ospitalità cerca soluzioni più indigene e adatte a chi viva il viaggio da vero viaggiatore, più che da semplice turista. Oggi, per fortuna, le alternative sono tante: dal divano da affittare su Airbnb per chi voglia completamente immergersi nella cultura di un posto, condividendo — è proprio il caso di dirlo— le sue giornate con la fauna del posto; alle case vacanza, un ottimo compromesso per chi non vuole rinunciare al comfort degli hotel, ma neanche al calore di una gestione familiare.

albergo diffuso in italia modello

Il modello di albergo diffuso in Italia, secondo Yasushi Watanabe.

C’è, però, anche una soluzione come quella dell’albergo diffuso, in Italia sempre più in voga e apprezzata. Lo si può provare a immaginare come un albergo che rinunci a una delle sue caratteristiche principali, la verticalità di stanze distribuite in serie, su piani diversi, ordinate secondo ordine cronologico, e scenda nella città, nel borgo, fino a trovarsi diffuso appunto tra i vicoli, con stanze a sé stanti, in edifici diversi, perfettamente integrate nella topografia cittadina.
Se c’è una vocazione sotto cui è nato l’albergo diffuso è, infatti, proprio quella di recuperare i tanti piccoli centri che rappresentano il grosso del tessuto urbano italiano. Sono borghi antichi, veri e e propri gioielli dell’architettura italiana, difficili da vivere ogni giorno ma che hanno certo un potenziale grandissimo in termini turistici, perché risultano di appeal per chi vuole fare un vero e proprio bagno di italianità. O in alternativa sono centri quasi disabitati, abbandonati da chi è stato costretto in città da un lavoro incompatibile con la provincia o da un’alluvione, un terremoto, un disastro naturale.

Se c’è un aneddoto curioso rispetto alla nascita del concetto, rigorosamente italiano, di albergo diffuso, infatti, è che si trattò proprio di un’idea d’emergenza: era la fine degli anni Ottanta e, in Friuli, ci si stava occupando della ricostruzione dopo il terremoto del ‘76. Andava ricostruito tutto, dal momento che le scosse avevano spazzato via case, attività economiche, patrimonio artistico culturale. Fu così che Giancarlo Dall’Ara, esperto di marketing turistico, propose una soluzione che fosse «un po’ casa, un po’ albergo». Nacque così il primo albergo diffuso in Italia, quello di San Leo.

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San Leo, il primo albergo diffuso in Italia (Friuli).

Da allora sono passati oltre vent’anni; le soluzioni ospitali diffuse sono ancora tra le più usate quando si tratta di far ripartire l’economia turistica di una zona, soprattutto dopo un evento traumatico — non a caso c’è chi l’ha di recente proposto per le zone del Centro Italia colpite dal sisma— ma l’albergo diffuso è diventato, soprattutto, metafora di una filosofia di viaggio tutta sui generis. Dormire dentro a un trullo o in un’alcova ricavata da un Sasso non è, infatti, un’impresa a portata di tutti. Solo un turista slow, interessato a immergersi completamente nella cultura del luogo, curioso di vivere un’esperienza davvero folkloristica nel senso migliore del termine e che viva il viaggio come momento ideale per farsi altro da sé, appropriandosi di un pezzo di tradizioni, culture, religiosità, perché no, cucine che non sono le sue, può giovare di un soggiorno in un albergo diffuso.

albergo diffuso in Italia costiera amalfitana

I ruderi tipici della Costiera Amalfitana, diventati un albergo diffuso.

La formula del successo degli alberghi diffusi in Italia, del resto, è proprio questa: un sapiente mix tra turismo culturale, turismo enogastronomico, turismo naturalistico che, è innegabile, fa bene al territorio, a chi lo vive trecentosessantacinque giorni l’anno e ovviamente a chi lo sceglie come luogo di vacanza. Staccare la spina, infatti, deve riuscire davvero bene in posti fuori dal tempo come questi, a patto certo di saper rinunciare almeno per un po’ alle comodità di una vita hi tech. Chi ha, però, veramente bisogno di tutte le sue estensioni tecnologiche quando può stare in un rudere vista mare in Costiera Amalfitana o in una tipica costruzione in legno, viziato dal latte del pastore sul Monte Prat?

Virginia Dara

Ha sempre più parole di quelle che dice: è la descrizione migliore che abbiano mai potuto fare di me. Sarà perché tutto quello che non dico lo scrivo, da quando ero piccolissima e credevo di voler fare la giornalista e invece forse volevo solo fare la giornalaia. Così, in Rete mi trovate scrivere di comunicazione e di digitale (per lavoro), di libri (per passione) e di varie ed eventuali (un po' per necessità). Quando non scrivo leggo: qualsiasi cosa, dai bugiardini dei farmaci alle etichette delle bottiglie, tranne i gialli. Quando non leggo probabilmente sto pensando al mare: sono pur sempre un'isolana.

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