Il mito della velocità e la poetica su ruote. Forza Nicky

Dal futurismo, agli studi di psicologia fino alla cronaca attuale: ripercorriamo Il mito della velocità su ruote

Spettri sembravano gli automobilisti investiti dalla violenza della corsa e fuggenti e fulminei tra l’applauso degli spettatori

Queste le parole di Umberto Boccioni, spettatore tra i numerosi accorsi per seguire la prima gara automobilistica italiana il 2 settembre 1907, a Brescia. Di lì a poco, nel 1909 il quotidiano francese Le Figaro avrebbe pubblicato il primo Manifesto Futurista firmato da Tommaso Marinetti che sanciva la nascita ufficiale di una delle avanguardie più importanti del XX secolo, tutta made in Italy, quella appunto Futurista che insieme a Marinetti, annotava tra le sue file lo stesso Boccioni, Giacomo Balla, Carlo Carrà, Gino Severini, Luigi Russo e altri ancora tra intellettuali, architetti, artisti e visionari.

Il mito della velocità ispirava infatti la loro visione, incentrata sull’esaltazione della modernità, del progresso e della macchina. I futuristi credevano ancora nel valore dell’arte come strumento in grado di scuotere le coscienze dal loro torpore, incitandole all’azione (non a caso la loro fu la campagna pro-bellica più attiva nel momento della scelta dell’ingresso dell’Italia al primo conflitto mondiale): l’aggressività (celebri a tal proposito le serate futuriste), la violenza, la lotta, la rivoluzione contro il sistema tradizionale dei padri, di cui soffriva l’immobilità culturale stantia (di cui divenne simbolo la campagna contro i musei), divennero le cifre distintive di questa corrente che esaltava il movimento.

L’uomo assunse sempre di più la fisionomia di una “macchina” e proprio l’immagine della velocità, suggerita dalle prime automobili e dalle prime motovetture rappresentava la fonte ideale di ispirazione per gli artisti di questa avanguardia, la prima a dare nell’arte e nella letteratura la spinta fondamentale all’esaltazione del dinamismo e della velocità meccanica.

Eppure era la motocicletta, forse ancor di più dell’automobile, a colpire l’immaginario futurista, probabilmente per il rapporto e la compenetrazione tra pilota e mezzo.

Credits photo: museopiaggio.it

L’idea di superare i limiti umani ha sempre affascinato l’uomo, manifestandosi in diverse forme, attraverso, ad esempio, la ricerca ingegneristica di strutture “capaci di toccare il cielo” (dalle piramidi ai grattacieli) o, appunto, soprattutto a partire dall”800, nel desiderio di superare la naturale condizione umana nei limiti del movimento, con mezzi sempre più veloci. Freud direbbe che questo desiderio si acuisce ancor di più quando tali elementi divengono status simbol che, richiamando in qualche modo la stessa “natura fallica”, suggeriscono per chi ne sia in possesso, l’idea del potere e sella supremazia, fino a caricarsi di un significato profondo a livello psichico che potremmo goliardicamente riassumere con la celebre frase pronunciata in una recente e nota canzone di due rapper italiani “si fa gara a chi ce l’ha più grosso” con allusione sessuale sebbene in riferimento al cellulare (come all’automobile, la casa, l’orologio, tutti esempi appunto di status simbol della nostra civiltà).

Nel cercare di comprendere meglio le dinamiche del mito della velocità ci viene in aiuto la scienza che, ad esempio, attraverso gli studi del professore, psicologo ed esperto italiano del tema Antonio Albanese lascia emergere l’idea della velocità come una droga che provoca assuefazione nell’individuo. Essa mette in atto, infatti, nell’uomo un meccanismo tale per cui

“ogni volta che ci si spinge a velocità maggiori, l’organismo subisce una sollecitazione che lo pone in uno stato di allerta, in cui l’elevata attivazione fisiologica dà la sensazione di essere vivi.”

Questa ebrezza del pericolo è considerata dagli studiosi come pulsione fondamentale alla ricerca di sensazioni forti che provocano quella “scarica di adrenalina” di cui quegli individui che sono alla continua ricerca di prove a cui sottoporsi non possono fare a meno.

Se un giorno la velocità dovesse uccidermi, non piangete perché io stavo sorridendo

Queste emblematiche e, potremmo dire, profetiche parole pronunciate dall’attore americano Paul Walker (morto prematuramente proprio in un incidente stradale nel 2013) rappresentano un monito agli “uomini della velocità”, spesso purtroppo per loro fatale. Ricordiamo il grande pilota brasiliano di Formula 1 Ayrton Senna (1960-1994) così come la più recente scomparsa del nostro SIC Marco Simoncelli (1987-2011).

Ayrton Senna

Credits photo: succedeoggi.it

Eppure a volte il destino beffardo gioca un tiro inaspettato, come nel caso dell’ex pilota di Formula 1 Michael Shumacher rimasto gravemente ferito e finito addirittura in coma per un’incidente sciistico che lo ha lasciato , così come l’attuale e doloroso episodio di cronaca che nei giorni scorsi ha coinvolto il pilota di superbike Nicky Hayden, vittima di un’incidente stradale mentre era in sella alla sua bicicletta.

Tuttavia, sebbene cosciente del pericolo, sarebbe difficile per l’uomo rinunciare all’atavica esigenza di sfidare i suoi limiti.

“Non volevo dimostrare niente a nessuno, la sfida era solo con me stesso, ma se il mio esempio è servito a dare fiducia a qualcun altro, allora tanto meglio.”

Queste le parole di Alex Zanardi che Il 15 settembre 2001 sul circuito tedesco del Lausitzring fu vittima di un pauroso incidente che cambiò per sempre la sua vita. Nell’impatto (avvenuto ad una velocità di 320 km/h) la Reynard Ford di Tagliani spezzò a metà la Reynard Honda di Zanardi, il quale subì l’amputazione immediata di entrambe le gambe. Il 31 ottobre 2001 – dopo un mese e mezzo di ricovero e 14 interventi chirurgici venne dimesso dalla clinica tedesca, pronto ad affrontare la seconda parte della sua straordinaria vita che lo ha visto reagire con forza e determinazione iniziando una nuova carriera sportiva nel paraciclismo, dove corre in handbike nelle categorie H4 e successivamente H5. Questa attività lo ha visto vincitore di ben tre medaglie d’oro alle Paralimpiadi.

Credits photo: flickr.com

La velocità nutre inconsciamente la speranza di raggiungere più facilmente un obiettivo, per questo dice lo psicologo Antonio Albanese, la condizione dello stare “bloccati nel traffico” sviluppa in noi un senso di rabbia e frustrazione in quanto ci ostacola, impedendoci di raggiungere il nostro obiettivo, questo sentimento sfocia in un’aggressività fisiologica come naturale reazione dell’individuo per eliminare ciò che gli impedisce la libertà.

Dunque, nonostante la cronaca spesso ci “riporti con i piedi per terra” mostrando il lato più fragile dei signori del fulmine, il mito della celerità affascina ancora l’uomo del nostro tempo, come quello del secolo scorso, portandoci attraverso il rombo di un motore, dentro una realtà fantastica ed eccitante, con gli stessi occhi con cui il bambino fa sfrecciare la sua nuova macchinina sulle piste immaginarie dei marciapiedi del cortile sotto casa.

Ecco che questo infantile entusiasmo, fortunatamente, è ancora in grado di nutrire la passione di giovani piloti come il tedesco Sebastian Vettel che, dopo il successo dello scorso Aprile in Bahrain, ha esordito, con evidente gioia e trepidazione, “Questa Ferrari è un sogno”.

Credits photo: vnews24.it

Sara Fiore

Sara Fiore, siciliana, studentessa universitaria in lettere moderne, classe 1994. Bibliofila, cinefila, letterata, scrittrice in erba passionale come la mia terra. Le parole sono il mio super potere! #thinkcreative

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