Imparare dal 9 Maggio l’Europa di Macron

tra pessimismo endemico e sfiducia generalizzata, Emmanuel Macron fa un passo in più: verso un nuovo esprit vital, quello dell'Europa come dovere

Ieri, 9 maggio, si è festeggiata in tutta l’Unione la festa dell’Europa. Quella che oggi sembra esser diventata l’ Europa di Macron.

Il 9 maggio del 1950 il ministro degli Esteri francese, Robert Schuman, lanciò l’idea di una cooperazione economica con la Germania per porre fine alle rivalità e mettere in comune risorse. Con l’accordo sul carbone e l’acciaio furono buttate le basi dell’Unione europea e del suo percorso di cooperazione pacifica.

Mentre, direttamente dal monastero de Yuste (Cáceres), il presidente del parlamento europeo Antonio Tajani, ha ammonito: “L’Europa non la costruiamo sulla nostalgia di un passato migliore ma su un progetto di crescita, benessere e sicurezza”, in Francia i riflettori della campagna elettorale, dopo la vittoria di Macron alle Presidenziali, non sono per niente spenti.

A quattro settimane dalle elezioni legislative che legittimeranno (o meno) il potere e l’influenza degli europeisti in Francia, il neo-presidente francese saluta i suoi elettori con l’inno europeo in sottofondo, e la folla ora come non mai “unie dans la diversité”, applaude.
I più scettici potranno sicuramente opinare, à tort ou à raison, che non sono state le idee centriste del candidato di en Marche! a conquistare la platea francese, bensì la paura di un tracollo economico e politico conseguenti alla vittoria di Marine Le Pen.

Altro dato certo, però, e sicuramente non trascurabile, è che storicamente in Francia i simboli legati all’identità nazionale hanno sempre avuto una grande valenza e che i nazionalismi e il populismo anti europeista ha raggiunto all’epoca attuale i suoi massimi storici.

Ed è così, che tra pessimismo endemico e sfiducia generalizzata, Emmanuel Macron fa un passo in più, un passo indietro, di lato, in controtendenza ma pur sempre un passo considerevole e lungimirante verso un nuovo esprit vital, quello dell’Europa come dovere (civico? Morale? Umano?), e, tutto sommato contro i pronostici iniziali, vince.

Gli europeisti, dunque, ieri, nell’anniversario della declarazione Schuman, hanno tirato un sospiro di sollievo, sentendo lontana la disgregazione dell’Europa unita, per opera, sessantasette anni dopo, di un altro francese, forse non altrettanto visionario ma certamente dotato del pragmatismo necessario ad operare la relance tanto agognata.

La sfida dunque è rispedita con forza alle stesse istituzioni: saranno capaci di agire con convinzione, energia e dinamismo con provvedimenti più decisi, che propongano strade percorribili e soluzioni decise verso l’armonizzazione fiscale degli Stati membri, verso l’emergenza migranti, verso gli stessi nazionalismi fuorvianti e verso il palpabile declino di fiducia e consenso?

La speranza è quella che la Francia che rinasce dalle sue macerie di scandali, di socialismi fin troppo poco sociali, di mala amministrazione e giochi di potere, possa finalmente trasmettere a tutta l’Europa il suo motto fluctuat nec mergiturla barca oscilla tra le onde del mare, ma non affonda.

Le prossime platee chiamate a seguire l’esempio europeista francese saranno quelle tedesche e italiane, e l’auspicio è che queste riconoscano che l’Europa, seppur nella sua imperfezione evidente è un progetto in crescita, certo ambizioso, ma, con l’aiuto di tutti, concreto. E qui ritorna il motto dell’Unione, uniti nella diversità, solo insieme si vince, agendo come federazione e confederazione, in un progetto unico e dinamico, al di là delle diatribe da cortile.

Ieri, 9 maggio, era la “festa” dell’Europa, ed il messaggio è proprio questo, non c’è modo migliore di celebrare che agire per cambiare, questa volta insieme.

Flavia Cavaliere

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