Indipendenza Catalogna, una lunga partita a scacchi

L'Europa intera è in attesa della prossima mossa di ciascuno degli attori in attesa di capire chi farà scacco

L’aria tra Madrid e Barcellona è densa e tesa di promesse e scommesse, da mantenere le prime, da vincere le seconde, in una lunga partita a scacchi che con tutta probabilità non vedrà alcun vincitore. Attorno a questa scacchiera dalle proporzioni nazionali, un grande cicaleccio di mille voci rende ancora più complicato prevedere la mossa seguente riguardo all’ indipendenza catalana o saper individuare le conseguenze che questa porterà con sé.

Il 10 ottobre, una settimana dopo il fatidico voto in Catalogna, il presidente della Generalitat Carles Puigdemont ha pronunciato davanti al Parlamento catalano un discorso in cui gli effetti dell’indipendenza sarebbero stati sospesi al fine di favorire l’apertura di un dialogo con il premier spagnolo Rajoy. In tutta risposta questo ha posto un ultimatum affinché il Parlamento della Catalogna chiarisse la posizione rispetto alla dichiarazione di indipendenza: sono stati infatti firmati due atti dopo il discorso di Puigdemont, privi di validità legale perché adottati al di fuori dell’emiciclo, ma dotati di grande importanza politica. Il primo di questi riconosce l’indipendenza catalana e il secondo invece avalla la sospensione degli effetti di questa: ma mentre il primo atto è stato firmato da tutte le forze indipendentiste (quindi inclusi i deputati del CUP, il partito di estrema sinistra, indirizzato verso una linea dura), il secondo non ha avuto altrettanta approvazione e non ha raggiunto la maggioranza assoluta.

Dal momento che questi documenti non hanno valore legale, comunque, il discorso di Puigdemont si colloca tutt’ora in una zona grigia di difficile definizione giuridica che rende complicata anche una reazione da parte del governo spagnolo. È per questo, dunque, che Mariano Rajoy, leader del Partido Popular, ha avanzato pretese di chiarezza, per ben due volte. Lo strumento che il primo ministro spagnolo minaccia di utilizzare è l’articolo 155 della Costituzione spagnola, finora mai attivato, il quale concede all’autorità centrale il potere di riprendere il controllo su una Comunità Autonoma qualora questa “non ottemperi agli obblighi sanciti dalla Costituzione stessa, o si comporti in modo da attentare gravemente agli interessi generali della Spagna”. Insomma, quale sia questo modo di riprendere il controllo non si sa con esattezza, così come non si capisce bene quali potrebbero essere le conseguenze dell’attivazione di questo articolo, che proprio per questo motivo José Manuel García Margallo ha definito “bomba atomica”.

Puigdemont, a propria volta, ha espresso biasimo per la reazione di chiusura di Madrid, ribaltando a proprio modo l’ultimatum e sostenendo che avrebbe dichiarato l’indipedenza ufficialmente qualora dall’altro fronte non si fossero avuti segnali di apertura e non fosse terminata la repressione subita dagli indipendentisti catalani. Rajoy, in tutta risposta, ha predisposto l’attivazione del fantomatico articolo 155 a partire da sabato 21 ottobre.

Questo intenso braccio di ferro, tuttavia, non deve essere inteso come una lotta tra fazioni saldamente schierate sulle proprie condizioni politiche, dal momento che da una parte e dall’altra vi sono numerose pressioni e richiami alla negoziazione. Principale protagonista di un’apertura nei confronti delle istanze catalane è Pablo Iglesias, leader di Podemos, il quale si è dichiarato contrario all’applicazione dell’art. 155 e anzi, ha proposto di tornare al dialogo (mentre invece il ricorso all’art. 155 è stato approvato sia dal PSOE che da Ciudadanos). Sulla stessa lunghezza d’onda di Pablo Iglesias si è collocata anche Ada Colau, sindaca di Barcellona e vicina alle posizioni di Podemos, la quale ha condannato l’arresto dei “due Jordi”, Jordi Sánchez e Jordi Cuixart, leader di due organizzazioni indipendentiste. L’accusa a carico dei due attivisti è quella di sedizione, di aver cioè interrotto la corretta applicazione della legge con la forza o con mezzi illegali, ossia di aver mandato centinaia di persone a impedire per ore alla Guardia Civil di uscire da un edificio in cui aveva sequestrato dei documenti.

Le proteste non si sono fatte attendere, insomma, così come le accuse di repressione; Rajoy sembra aver imboccato senza troppi indugi la via più aspra senza domandarsi se questo approccio porterà a una recrudescenza delle spinte indipendentiste, riaprendo una ferita che la Spagna si porta dietro dalla morte di Franco e dall’entrata in vigore della Costituzione tutt’ora vigente, ampiamente discussa, fomentando inimicizie e conflitti regionali che potrebbero esplodere anche in altri luoghi (primo tra tutti: i Paesi Baschi).

Camilla Eva Trotta

Dal 1993 con furore, sulla mia tomba scriveranno "Qui giace colei che non era d'accordo".

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