La fine di un amore, l’amante e Francesco Totti

Il numero dieci della Roma ha immaginato un finale diverso per la sua carriera: e non è detto che non lo vada a scrivere lontano da Roma.

Una delle più classiche scene, usata e abusata in tutto lo spettro della cinematografia e della letteratura. Lui e lei si lasciano: lei ha appena detto a lui che è innamorata di un altro; e dopo l’inutile interrogatorio condito dagli inevitabili “da quanto tempo va avanti? Cos’ha lui che io non ho?” si può tentare con un “non c’è possibilità di farti cambiare idea?”. Lei risponderà laconicamente, tanto tutto quello che i due potrebbero dirsi fa parte già dell’antologia di tutto ciò che non si sono mai detti e, quel non detto, è spesso la causa per cui ci si ritrova seduti davanti a quei freddi tavolini a consumare la fine di un amore. Quell’amore era già finito, se si è arrivati a quel punto.

Poi arriva la sentenza: chi viene lasciato ha uno scatto d’orgoglio, ma nello stesso tempo tenta, per l’ultima volta, di fare pena. Come se, suscitando pietà si potesse riconquistare la persona che ci ha amato. Così lui (la scena funziona in maniera identica a parti invertite, ho usato l’uomo come colui che viene lasciato perché a noi il ruolo delle vittime viene divinamente), sentendosi un po’ Humphrey Bogart e un po’ Silvio Muccino (più questo che quello) si lancia in un improvvido e scellerato motto di questo tipo: “Spero che con lui sarai felice, che lui sarà in grado di darti quello che io non ti ho saputo dare“.

Oggi verso le 13:30, Francesco Totti ha pubblicato sul suo profilo Facebook questo post che riporto qui di seguito:

Sembra come vedere i propri genitori fare sesso: ognuno di noi sa che lo fanno (banalmente perché, altrimenti, non saremmo al mondo), ma vederci sbattuta in faccia la nuda e cruda realtà ci sconvolgerebbe. Da sempre ho saputo che un giorno Francesco Totti avrebbe smesso di giocare a calcio (equivalente a dire smettere di giocare con la maglia della Roma, binomio inscindibile nella mia mente fino a pochi mesi fa), ma l’ho sempre vista come un’eventualità talmente remota da non prenderla mai realmente in considerazione. Nemmeno al termine della scorsa stagione, con quell’enorme manifestazione di potenza da parte del Capitano con la C maiuscola, il suo saper prendere la squadra della sua vita per mano e condurla verso la qualificazione in Champions League a quarant’anni, quando il 99% dei suoi colleghi è già, metaforicamente, al parco a dare il mangime ai piccioni. Oggi ho visto, abbiamo visto, in faccia quello che non avrei mai voluto vedere: che ho sempre saputo essere inevitabile, ma che ho sempre tenuto celato nell’angolo più remoto del pensiero.
Quell’hashtag #TottiDay che spopola su Twitter significa la fine di qualcosa che va oltre il calcio per un tifoso della Roma, ma anche per chiunque ami ancora questo magnifico e bastardo sport.

Ma c’è di più in quell’annuncio, che lo rende dilaniante. C’è il fatto di non essere l’annuncio della cui ineluttabilità ho appena dissertato: Totti non scrive che sta lasciando il calcio, che si ritira ed è pronto a indossare i panni di dirigente per la sua Roma, quel vestito che Monchi gli sta tessendo addosso giorno dopo giorno. No, Totti ha scritto “Sento solo che il mio amore per il calcio non passa: è una passione, la mia passione. È talmente profonda che non posso pensare di smettere di alimentarla. Mai. Da lunedì sono pronto a ripartire. Sono pronto per una nuova sfida”. Per capire il senso di questa frase, bisogna leggere meglio le prime parole del suo post su Facebook: “Roma-Genoa, domenica 28 maggio 2017, l’ultima volta in cui potrò indossare la maglia della Roma“.
Potrò indossare: qualcuno, nella sua grande magnanimità, mi farà il piacere di farmi giocare qualche minuto con la maglia della Roma. Qualcuno tollererà di vedermi ancora in campo con la squadra a cui ho dedicato la mia carriera da calciatore: per pochi minuti, tranquilli, al massimo novanta. Poi toglierò il disturbo. Poi smetterò di essere il vero problema per cui la Roma non vince un campionato da 16 anni, per cui i grandi giocatori non vengono a giocare qui: per il mio ostracismo, per il timore che la loro luci offuschi la mia.

Francesco Totti festeggia il gol contro il Real Madrid al Santiago Bernabeu, 30 ottobre 2002 (AP Photo/Denis Doyle)

Francesco Totti avrebbe lasciato il calcio il 28 maggio 2017: è scritto nel contratto che ha firmato a giugno dell’anno scorso, con il futuro da dirigente già segnato. Ma qualcosa è cambiato nel suo cuore e nella sua mente negli ultimi 12 mesi: si è sentito sopportato, di troppo, considerato un ex giocatore, un simulacro da portare in processione su ogni stadio d’Italia cui far fare riscaldamenti lunghi un’ora e due o tre minuti di apparizione. Giusto per far battere le mani a chi se lo ricorda come un calciatore. Sicuramente Totti non avrebbe immaginato che la sua ultima stagione da calciatore potesse essere come quella che si sta concludendo.
Le soluzioni possibili, quindi sono due: la prima è fare buon viso a cattivo gioco, accettare una fine diversa da quella che si era prefissato e presentarsi lunedì mattina nell’ufficio di Monchi, pronto a iniziare con un nuovo incarico. La seconda è quella di regalarsi un’altra stagione da calciatore, di trovare un’altra squadra pronta a fargli vivere l’ultima stagione della sua carriera nel modo in cui lui se l’è sempre immaginata: in campo. E, dal suo post, credo che nella mente di Francesco Totti sia proprio questa seconda opzione quella che si sta facendo più spazio.

Ed eccoci ai due che si lasciano e allo scellerato augurio di felicità altrove. Se Totti dovesse decidere di andare a giocare in un posto lontano da Roma, a terminare la sua carriera indossando un’altra maglia, quale sarebbe la reazione dei tifosi giallorossi e di tutti quelli che si sforzano ancora (nonostante tutto e tutti) di cercare il lato romantico del calcio di oggi? Mentre penso alla risposta, mi rivolgo verso la foto di Totti che fissa un campo da calcio con lo stesso sorriso che ha un bambino quando, per la prima
volta, vede un vero campo in erba e sogna di diventare come i suoi beniamini, e gli dico: “Spero che con quell’altra squadra sarai felice, che lei sarà in grado di darti quello che la Roma, la tua Roma, non ti ha saputo dare”. Perché, alla fine, noi innamorati siamo tutti uguali.

Emanuele Giulianelli

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