Legge elettorale: perché l’Italia non avrà mai un Bundestag

Pd, M5s e Fi sembrano aver infine trovato un accordo su una legge elettorale simil-tedesca. I numeri ci sono ed è partito l'iter parlamentare

Dal 29 maggio scorso è scattato lo sprint per la legge elettorale. Le pressioni del capo dello Stato Mattarella sui presidenti di Camera e Senato Boldrini e Grasso, infatti, sembrano esser riuscite a trarla fuori dal pantano in cui si dibatteva da mesi: domenica il testo è stato discusso nella Commissione affari costituzionali della Camera, lunedì è stato approvato e ieri è stato discusso a Montecitorio. Secondo la tabella di marcia, entro l’11 giugno sarà pronto per passare al Senato e, presumibilmente, potrà essere varato già entro metà luglio. 

Tanta fretta è dunque servita: Pd, M5s e Fi e Lega Nord sembrano aver infine trovato un accordo su un sistema simil-tedesco. Il sistema è un proporzionale, come da tradizione italiana, ma con un’alta soglia di sbarramento (al 5%). Eppure il Parlamento non si trasformerà in un Bundestag, la camera bassa tedesca – meno che mai dopo le ultime modifiche dei giorni scorsi.

Il territorio tedesco è infatti suddiviso in 299 circoscrizioni. Quando si reca alle urne, un cittadino tedesco dispone di una sola scheda sulla quale può esprimere due voti. Il primo, Erststimme, per il candidato da eleggere nella propria circoscrizione; il secondo, Zweitstimme, per il partito che spera raggiunga la maggioranza al Bundestag. Il voto può essere anche disgiunto: non c’è bisogno che il candidato a cui vuole assegnare il primo voto faccia parte della lista scelta con il secondo. Il primo voto servirà per determinare quali candidati saliranno al Bundestag; il secondo per capire quanti seggi possono occupare, a seconda dei voti accumulati dai rispettivi partiti. Il senso di tale sistema elettorale sta nel far sì che ogni rappresentante al Bundestag sieda lì in virtù di un effettivo legame con il territorio in cui è stato eletto: è per questo che la Costituzione tedesca lascia un margine aperto al numero dei seggi, che possono aumentare o diminuire a seconda del numero di voti raggiunto dai vari candidati: se, dopo il conteggio del primo voto, in un Land risultano esser stati votati più candidati rispetto ai seggi loro assegnati (dunque dal secondo voto), verranno eletti tutti e a variare sarà il numero totale dei deputati – si definiscono “mandati in eccedenza”, Überhangmandat.
Si tratta dunque di un proporzionale, ma corretto: sotto al 5% di voti raggiunti, infatti, si resta fuori dalla camera bassa tedesca. 

Proprio quest’ultima caratteristica è quella che piace di più in Italia – per lo meno a Renzi, Grillo e Berlusconi. Tra chi invece rischierebbe di restare fuori, si va da una timida apertura del ministro dei Beni Culturali Dario Franceschini, per cui una tale soglia di sbarramento sarebbe l’input di cui la sinistra avrebbe bisogno per ricompattarsi, e di Sinistra Italiana, alla malcelata preoccupazione di Angelino Alfano, che ieri ha definito la legge incostituzionale. Per il resto, però, la scheda che un cittadino italiano si troverà davanti sarà ben diversa da quella di un tedesco. 

Il territorio nazionale, così come stabilito dal testo discusso il 6 giugno a Montecitorio, verrebbe diviso in 28 circoscrizioni elettorali per la Camera (invece delle 27 inizialmente previste), a loro volta suddivise in 225 collegi uninominali (non più 303). Le circoscrizioni per il Senato invece corrispondono la numero delle regioni, per 115 collegi. Sulle rispettive schede si troverebbero -vicino ai rispettivi simboli di partito- il nome del candidato nel collegio uninominale e un listino bloccato circoscrizionale (in cui i nomi  dei candidati, da due a quattro, sono elencati alternando il genere): l’elettore potrebbe esprimere un solo voto.
A conteggio dei voti concluso, otterrebbero seggi anzitutto i candidati dei collegi; successivamente, si procederebbe con la spartizione dei seggi tra i primi in lista nelle varie circoscrizioni. 

Hanno scomodato il sistema tedesco, dunque, ma di fatto si tratta di un semplice ritorno al passato – al proporzionale. D’altra parte, il sistema elettorale determina le regole del gioco della politica di un paese: stabilisce chi saranno i giocatori, quanti e quante squadre si potranno formare e i rapporti di forza tra i partecipanti all’agone. Ma qui sono i giocatori stessi a definire le regole, tenendo ben presente due obiettivi: tutti vogliono vincere (rappresentatività); e, una volta vinto, tutti vogliono poter governare (stabilità). Come raggiungere tali obiettivi, poi, dipende dal carattere dei giocatori: ed è proprio questo che le regole devono tenere in considerazione.

L’Italia ha una lunga storia di fedeltà al proporzionale, durata per tutta la Prima Repubblica – quando i giocatori erano di meno e, soprattutto, disposti ad accettare le regole del gioco, per poi organizzarsi in strategie di volta in volta diverse durante la legislatura. Oggi i giocatori sono cambiati: sono aumentati, sono rimpiccioliti, aborrono le strategie (che oggi chiamano “inciuci”). L’unico modo per trovare un accordo comune è cercare un equilibrio tra proporzionalità e stabilità.

La Germania non ha gli stessi problemi: i partiti sono di meno e generalmente i maggiori sono in grado di lavorare fianco a fianco in una Große Koalition. Ma se l’unica alternativa trovata dai protagonisti italiani è stata scontentare tutti (niente preferenze, via il premio di maggioranza) pur di far cominciare la partita, i motivi per cui non possa funzionare non sono mai stati così pochi.

Liliana Farello

Aquilana, classe '93, attualmente studio Relazioni Internazionali alla Sapienza di Roma. Nel mio futuro mi piacerebbe vedere cosa c'è dall'altra parte del mondo, ci sto lavorando.

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