L’impero del cotone di Sven Beckert

L’invito a leggere il libro di Steven Beckert: L’Impero del cotone, edito Einaudi

Serve studiare la storia, sempre e di più. Dal manuale secondo Sven Beckert. 

E non perché a dirlo era Antonio Gramsci, in Italia conosciuto perché ha fondato l’Unità e il Pci, mentre all’estero tra gli studiosi di scienza politica più influenti (insieme a Pareto e Machiavelli). Serve studiare la storia, sempre e di più perché la storia insegna: ci permette di comprendere meglio l’oggi e di immaginare e costruire il domani. La storia ci toglie da quello stato di univocità, da quella sensazione di essere i primi ed i migliori, ci permette di ampliare lo sguardo, di osservare in profondità e di pesare ciò che succede attorno a noi.

Sembrano un insieme di pensieri ordinari uniti a constatazioni assodate, ma il libro di Sven Beckert, L’impero del cotone tradotto da Einaudi l’anno scorso, è un vero e proprio elogio agli studi di storia che ci invita a riprendere.

Sven Beckert, docente alla Harvard Univeristy, è stato vincitore del Bankroft Prize. Il suo libro, a quanto pare, ha catturato perfino l’attenzione dell’ex Presidente Obama che sembra averlo apprezzato particolarmente. Il sottotitolo inglese “A new history of global capitalism”, ci indica come al centro del testo non ci sia solo solo la storia di un prodotto e delle reti commerciali su cui esso ha viaggiato – da Marco Polo a Walmart, concentrandosi sull’arco tra rivoluzione industriale inglese e guerra civile americana – ma anche quella di una secolare trasformazione dei rapporti di produzione, di inclusione – per via commerciale ed armata – di terre e di lavoratori nei rapporti di produzione di tipo capitalistico.

I protagonisti di questo testo, quindi, sono gli schiavi negli Stati Uniti, i contadini in Egitto, gli operai in Inghilterra. Vengono presi in considerazione e rielaborati diversi fenomeni e processi storici tra cui il rapporto tra Stati e industria: la storia di un impero economico che, nel corso dei secoli, ha mutato forme, luoghi e rapporti umani, ha creato istituzioni sociali, economiche e politiche. La ricostruzione delle vicende di una materia attraverso la quale è stata avviata la costituzione di un’economia globalizzata e grazie alla quale il mondo ha assunto, pur tra metamorfosi e trasformazioni ancora in corso, la forma che ancora oggi possiede.

Beckert a partire da una merce, il cotone, narra quindi  la storia del capitalismo (globale, nazionale e locale) nei secoli, ricostruendo in modo dettagliato la complessità della rete che collegava uomini, territori, capitali, fabbriche e mercati.

Le lezioni che questo libro può dare al paese sono: la vocazione economica di un territorio non è fissa, ma cambia nel tempo. Così come una posizione acquisita, anche di privilegio e di supremazia non è per sempre. La rappresentanza degli interessi (in particolare, quegli degli imprenditori) non è un’invenzione attuale e la crisi che vivono in questo momento è una crisi della forma attuale, non della necessità e del bisogno di avere rappresentanza. Il mercato è frutto di una dimensione conflittuale fra gli interessi dello stato e dell’economia, alla faccia dei sostenitori tout court della “mano invisibile”. Per finire, e al di là di tutto, Obama legge buoni libri.

Vale la pena, allora, dedicare tempo e attenzione al libro di Beckert, facendosi avvolgere dagli innumerevoli spunti di riflessione e di approfondimento.

Angelo Bongio

Interista, valtellinese di nascita, lombardo di vita e lavoro, curioso di varie robe

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