L’Italia degli ultimi: storia di un intercity Roma – Torino

Dieci ore di viaggio alla scoperta del Paese che viene fuori quando, per una volta, non si corre ad Alta Velocità

“Mi scusi, credo che stia piovendo sulla mia testa”
Il giovane capotreno dall’accento romano sorride e, senza abbandonare la sua probabilmente naturale attitudine alla condiscendenza, mi dice che lo segnalerà e allo stesso tempo mi suggerisce di indossare un cappello, perché il malfunzionamento dell’aria condizionata avrebbe fatto gocciolare il tetto della carrozza fino a destinazione.

Lui aveva cominciato il suo turno a Roma verso mezzogiorno, io ero salita a Grosseto, più o meno tre ore dopo.
Avremmo passato insieme ancora tutto il pomeriggio.

Ironia della sorte, la mia Odissea ferroviaria si sarebbe conclusa nel capoluogo meneghino, una Milano frenetica ma profondamente efficiente che in tutto e per tutto si oppone al concetto paradigmatico di arretratezza, per poi finire la sua corsa nella super industrializzata Torino.
L’Italia che funziona.

Ed eccola, per l’appunto l’Italia che funziona, un treno che parte da Roma e arriva in Milano in dieci ore e che già a Livorno ha accumulato più di un’ora di ritardo a causa di un non meglio specificato “problema di natura esterna”.
Sicuramente l’Alta Velocità ha alzato le aspettative. Probabilmente, nonostante la crisi, siamo abituati fin troppo bene. Forse la colpa è nostra, che non siamo più disposti a goderci un buon viaggio, un buon libro, una sana conversazione. O non lo sono io, perlomeno. Ma fatto sta che appena salita sul quel treno mi sono sentita da subito parte integrante dell’Unione Sovietica degli anni settanta e mi sono immaginata nel giro di poco inneggiare al socialismo e bere dalla mia fiaschetta di vodka con i miei compagni di Soviet. Peccato non avessi nemmeno quella.

La lenta discesa verso “l’Italia degli ultimi” inizia però quando scopro che su quel treno non esistono prese della corrente. Il primo a cadere è il tablet, poi il telefono, poi la torcia per leggere. All’altezza di Modena sono isolata dal mondo esterno. La Corea potrebbe attaccare gli Stati Uniti, il Benevento decidere di affrontare la sua prima serie A comprando Leo Messi e io lo saprò solo una volta in Hotel.

In realtà le prese della corrente ci sono, sono nei bagni e la targhetta indica che la loro funzione è quella di permettere ai viaggiatori di farsi la barba prima di scendere dal treno. Non solo l’Italia che funziona, ma nemmeno la pubblicità della Gillette è mai arrivata sugli intercity.

Vago alla ricerca disperata di una bottiglietta d’acqua. Quando chiedo al controllore dove sono i distributori, mi sorride come ti sorride il professore che ti manda al posto dopo la tua richiesta di un misero 18: «Non li troverai, su questo treno non ci sono mai stati distributori». Gli chiedo se prima o poi salirà l’omino con il carrello, che ricordavo come presenza fissa dei film di Aldo, Giovanni e Giacomo : «Non ci sono più da almeno tre, quattro anni – mi risponde -. Era un servizio in perdita. Da Roma a Milano guadagnavano 50 euro se andava bene».

Mi guardo intorno. Hanno tutti la loro bottiglietta d’acqua. Tutti le loro patatine. Tutti il loro carica batterie d’emergenza. Ora non sono solo arrivata tardi dal panettiere, sono anche in un quel mio incubo ricorrente in cui mi accorgo di essere in mutande ad un colloquio di lavoro.

Sarà che la compassione è insita nell’animo umano, sarà che salire su un Intercity ci rende tutti più buoni, ma accadono cose che sulle Frecce non ho mai avuto il piacere di sperimentare. Un compagno di scompartimento mi offre un po’ della sua acqua. Un’altra mi chiede se voglio chiamare a casa per dare mie notizie. All’altezza di La Spezia, il controllore con l’accento romano ci porta una specie di kit d’emergenza – acqua,arachidi, succo di frutta – che Trenitalia offre sulle lunghe tratte, in caso di forte ritardo. Oltre che in ritardo dal panettiere ora mi sento pure un po’ “emergenza umanitaria”.

Tra Portofino e Voghera rimaniamo solo io, un signore brizzolato che legge Kafka e parla al telefono in una lingua che sembra un misto tra una lingua slava e il suono dell’antifurto della mia macchina, il controllore bolognese e una ragazza di Caltanissetta che sta salendo a Milano per cercare lavoro: «Ho vissuto per anni a Roma, poi sono tornata in Sicilia – mi racconta -, ma lì è tutto fermo, non si va da nessuna parte. In questi casi non si pensa alla patria, si pensa a sé stessi. Alla fine la mia terra non mi ha dato tanto». Il signore brizzolato abbandona l’allarme centralizzato della sua voce e le sue Metamorfosi e di punto in bianco si concentra sulle nostre: a quanto pare è un turista ungherese che, in perfetto inglese ci racconta ha scelto di fare Roma – Milano in 10 ore per godersi il paesaggio. «I’ve been dreaming this trip so much, but… now I see it wasn’t a great idea”*
Io sorrido, la ragazza siciliana gli dice che è un cretino, il signore brizzolato torna a leggere, il controllore romano non capisce e annuisce.

Gli chiedo degli Intercity: «Fino a qualche anno fa erano, di fatto, il cuore del sistema ferroviario italiano – mi racconta – collegavano tutta l’Italia». Poi sono arrivate le Frecce, rosse, bianche e argento, e gli Intercity sono diminuiti di un terzo circa nel giro di cinque anni e sono diventati il treno di quella che lui chiama «la fascia bassa»: «Immigrati, anziani – argomenta -. Non tanto e non solo poveri: gente che non sa comprare un biglietto su internet, cercare un tariffa economica che gli consenta di risparmiare anche con le Frecce o con Italo, che non vuole prendere un aereo». «Se fosse per l’azienda non ci sarebbe più un Intercity in circolazione – continua -, se ci sono è per far viaggiare questa gente qui». L’Italia degli ultimi, nonostante il progresso.

Che nelle urne ha ancora il suo peso. L’Italia che funziona.

 

«La gente qualche anno fa mi diceva: ”Vedrete quando arriverà la concorrenza, sarete costretti a migliorare”» – continua il controllore -. Avevano ragione, in fondo: con la concorrenza l’azienda ha investito dove conveniva e tagliato tutto quel che era in perdita. I treni notte, gli Intercity, il servizio pendolare». E oggi, spiega, «abbiamo uno dei servizi ad alta velocità migliori al mondo, mentre il resto è da terzo mondo». Il treno sbuffa e si ferma a Milano.

Mi alzo, il controllore gentile mi porge lo zaino.

«Volevate viaggiare in fretta e spendere poco, l’avete voluta voi la privatizzazione, li avete voluti dimenticare voi gli ultimi, eppure sai, questi esistono ancora»

Ci salutiamo con garbo, il discorso sarebbe ancora troppo lungo da affrontare e io devo andare. Mi ha dato da riflettere comunque: ma chi saranno mai questi ultimi? Ma magari, se ero su quel treno, è perché sono un’ultima anche io?

Scendo le scale e mentre mi tolgo il cappello perché oramai non piove più, sento il ronzio di un rasoio elettrico che proviene dal bagno.

Flavia Cavaliere

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