Napoli e Tel Aviv: le brain cities del Mediterraneo

Napoli e Tel Aviv: due brain cities a confronto nelle parole dell'ambasciatore italiano Francesco Maria Talò. Con un occhio ai progetti della Federico II

Il 21° piano di una delle ultime torri del lungo mare di Tel Aviv, nella direzione del vecchio porto ottomano di Jaffa, è uno straordinario punto di osservazione per Francesco Maria Talò, nato a Napoli e da 5 anni ambasciatore italiano in Israele. Lo ritrovo dopo qualche anno. Ci eravamo lasciati a New York, nel 2010, dove Talò era console generale italiano e io, come vice direttore di Rai International, realizzavo, proprio nel suo consolato, alcuni programmi per la comunità italiana.

Oggi, divenuto ambasciatore, mi racconta la sua esperienza in un paese di trincea, come è Israele, ma anche di straordinaria e contagioso voglia di vivere, di cui Tel Aviv è il monumento.

Guardando questo lungo mare – mi dice affacciato a quella portaerei che è il balcone del suo ufficio – si ha proprio la percezione del miracolo di questa città: a qualche decina di chilometri dalla prima linea eppure con una frenesia ormai inesauribile di vivere e soprattutto di intraprendere”. In effetti  in città non si incontra mai la tensione e, ancora meno, la paura. Impressionante è il muro di gioventù su cui si infrange ogni sguardo: ovunque ci si dirige si vedono giovani che febbrilmente, di giorno e di notte, si spostano. Giovani di tutti i tipi, di ogni origine e lingua. Giovani e cosmopoliti: è la formula che rende Tel Aviv una start up city.

La comunità italiana

L’ambasciatore mi conferma che qui la comunità italiana è uno dei cardini di questa ebrezza. Sia per la vitalità dei residenti che per una continua presenza di aziende e istituzioni del nostro paese. “ La fila delle aziende è ormai permanente davanti al mio ufficio: tutti vogliono fare accordi con i centri di ricerca e le le imprese israeliane”. Una constatazione ammantata da una nota più mesta, che rabbuia il viso cordiale e sorridente del diplomatico di origine napoletana. “Se devo trovare una criticità, dico pure un elemento di fallimento della mia missione penso al fatto che ancora debole il flusso inverso, ossia la spinta, la curiosità, l’interesse, israeliano per il nostro paese”.

Questo è il buco nero: non siamo attraenti dal punto di vista economico e culturale per gli israeliani, che pure turisticamente ci apprezzano molto, come è noto. “Certo – aggiunge l’ambasciatore Talò- la moda, il design, l’enogastronomia sono ancora grandi bandiere per noi, ma manca una ragione per avviare intese vere”. Diciamola fuori dai denti, in un linguaggio meno diplomatico, che l’ambasciatore non può concedersi: siamo ancora inchiodati in  un vecchio cliché del paese della bellezza che poco aiuta chi invece è impegnato in una furibonda competizione globale. Insieme alla professoressa Lowenthal, addetta culturale dell’ambasciata, Talò mi mostra la lista delle intese scientifiche e culturali con le nostre università: informatica, chimica, fisica, matematica. Temi certo portanti che però, inevitabilmente ci vedono subalterni ad un sistema accademico modellato sull’esempio americano e fortemente finanziato dalle comunità ebraiche internazionali. Niente sul versante umanistico, e soprattutto niente neanche sulle nuove tendenze psico antropologiche su cui oggi la rete si sta orientando.

Eppure il nostro paese potrebbe offrire sponda e partner per le nuove riflessioni sulle forme semantiche dell’intelligenza artificiale e sull’approccio critico alle ingegnerizzazione degli algoritmi predittivi.

I progetti della Federico II

Ma, passando in rassegna i progetti dell’Università Federico II, cito il master interdisciplinare Codice (comunicazione di convergenza) in cui il dipartimento di scienze sociali, diretto dalla professoressa Enrica Amaturo, sta lavorando per intrecciare, per la prima volta nella tradizione accademica non solo italiana, filosofia, matematica,informatica e sociologia. L’obbiettivo è quello di formare una figura professionale  del committente dei sistemi informatici, ossia di colui che in un’azienda privata o in una pubblica amministrazione, prefigura e organizza l’acquisizione di intelligenze digitali, individuandone le caratteristiche semantiche e fissando le condizioni di autonomia e sovranità che l’azienda o la amministrazione deve conservare rispetto al fornitore.

Ecco cosa ci serve” esclama l’ambasciatore Talò, che aggiunge “Dobbiamo mettere sul tavolo un know how più complesso, che possa arricchire  l’evoluzione tecnologica”.

Napoli e Tel Aviv: il Mediterraneo che autoproduce il proprio immaginario

Il tema è il design del sapere e dei sistemi digitali. Su cui si potrebbe lavorare. Ma c’è un altro spunto che incuriosisce molto i vertici dell’ambasciata italiana: Napoli come brain city. Infatti  si tratta di lavorare su un progetto di incontro fra le uniche due città del Mediterraneo, Napoli e Tel Aviv, che autoproducono il proprio immaginario. Tel Aviv in termini di brocheraggio globale, raccogliendo e impaginando i temi culturali  e immateriali del mondo; Napoli  invece come città incubatrice che crea autonomamente il know how del proprio immaginario. Sono queste le suggestioni che potrebbero dare impulso ad una filiera di relazioni e di integrazioni, in cui proprio lo specialismo napoletano, il suo essere fucina esclusiva dei temi che distribuisce a turisti e al mondo artistico, diventerebbe il valore aggiunto della nuova economia immateriale. Su questo l’impegno che abbiamo preso con l’ambasciatore è quello di verificare interessi e disponibilità per sperimentare questa formula.

Michele Mezza

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