Open Innovation, pomodoro e mozzarella

Per una volta, nessuna via italiana all'innovazione

Noi italiani siamo da sempre convinti di essere unici al mondo. Nessun altro è come noi, nessuno è altrettanto creativo, simpatico e capace di “fare le nozze con i fichi secchi” come noi o meglio di noi, spesso, inventando soluzioni creative al limite dell’impossibile. E forse in molti campi è persino vero, abbastanza vero perlomeno.

Delle molte parole nuove comparse nel vocabolario di imprese ed organizzazioni negli ultimi anni, alcune le abbiamo “tradotte all’italiana”, cercando talvolta di trovare una nostra via speciale per fare cose che invece richiederebbero conformità (o meglio ancora, ferrea corrispondenza) con modelli e metodi altrove già applicati, validati e sperimentati da tempo. La cosiddetta “Open Innovation” rientra proprio in questo caso.

Suona quasi strano, ma paesi come Germania, UK, Olanda, Francia e Spagna (solo per citarne alcuni) hanno cominciato a praticare la Open Innovation molto prima di noi italiani, hanno fatto prima di noi sperimentazioni (non sempre così positive nei risultati, va detto) e nella maggior parte dei casi hanno già corretto in buona misura modelli e strumenti utilizzati. E parliamo di paesi i quali – nessuno si senta offeso – sono spesso considerati più conservatori che innovatori, se non altro perché il loro livello di produttività ed efficienza è generalmente superiore al nostro e comunque adeguato a consentire che “le cose funzionino”.

In Italia stiamo un po’ annaspando tra la copia di best practice internazionali (ha funzionato per loro, funzionerà per noi) e le invenzioni estemporanee. La multinazionale tedesca dell’automotive ha progettato e rilasciato un portale per comunicare con designer e ricercatori indipendenti su temi di interesse? Il produttore italiano di arredo casa realizza una campagna marketing con lo stesso look (e persino lo stesso wording) invitando i suoi clienti a mandare “frasi divertenti” per raccontare i prodotti e mette in palio un buono acquisto per Amazon. Il governo UK lancia una call rivolta alle migliori agenzie per riprogettare un servizio pubblico, definendo prima onori ed oneri, tempi e modalità? Da noi la Capitale lancia un appello ai creativi per pensare una nuova immagine della città. Una call molto open, moltissimo. E vorrei pure vedere, quando per il lavoro dei professionisti chiamati in causa non è previsto nemmeno un rimborso spese. Di esempi analogamente negativi ce ne sarebbero a decine.

In Italia gira da tempo una battutaccia sul concetto di “open” che mi vergogno quasi a citare, ma che rende tragicamente l’idea di cosa accade troppo spesso.

In sostanza, con le solite meritorie eccezioni (anzi, nessun riconoscimento aggiuntivo di merito per fare le cose con correttezza), il concetto applicato più frequentemente sembra essere il seguente: non ho o non voglio impiegare risorse vere per innovare nella mia azienda o organizzazione e allora cerco un metodo a basso costo (meglio se costo zero) per dare una romanella, che è quella imbiancatina low-cost famosa a Roma per fare sembrare nuovo qualcosa che non lo è affatto.

Azioni del genere portano da qualche parte? Assai di rado. C’è un beneficio reale per chi le propone e mette in pratica? Molto scarso se va bene, più spesso addirittura negativo, perché queste modalità di ingaggio – chiamiamole così – chiamano a raccolta frotte di sedicenti innovatori e wannabe della “consulenza per l’innovazione” che cercano così di validarsi in un mondo (stavo per dire mercato) non loro.

Non a caso, da parte di molti in ambiente corporate, continua ad andare per la maggiore l’affermazione che le idee non valgono nulla (economicamente parlando) e che l’esecuzione è tutto. Come a dire <<raccontami la tua idea per risolvere il mio problema, ti regalo in cambio una maglietta colorata, un paio di penne cinesi ed una targa ricordo…>>. Ma nemmeno a tutti, solo al vincitore, secondo e terzo classificati al pitch finale. Quel fantastico momento dell’evento di premiazione nel quale cui gli stessi che in azienda non sapevano dove sbattere la testa diventano miracolosamente “appassionati d’innovazione” e grandi sostenitore dell’openess. Quella altrui, ovviamente.

Alessandro Nasini

Design Thinker, Designer, Maker, Entrepreneur.

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