Elezioni: anche la Repubblica Ceca svolta a destra

Il 21 ottobre i cechi sono andati alle urne per il rinnovo della Camera dei deputati. Netta vittoria per il partito populista del ricco imprenditore Andrej Babis

Nuove elezioni, nuova scossa per Bruxelles.
In Repubblica Ceca ha vinto, con quasi il 30% dei voti, l’imprenditore miliardario ed ex ministro delle finanze, sostituito a maggio di quest’anno perché sospettato di conflitto di interesse e frode di fondi europei, Andrei Babis, leader del movimento populista di centro-destra ”ANO 2011”, Azione dei Cittadini Insoddisfatti.
Segue il partito di estrema destra ed anti europeista, la SPD, che si attesta intorno all’11%. Crollano i democratici, ex partito di governo.
Una vittoria schiacciante quella di Andrej Babis, imprenditore 63enne, originario della Slovacchia e secondo uomo più ricco della Repubblica Ceca, già ribattezzato dai media ‘il Trump locale’ o ‘il Berlusconi di Praga’.
”Dobbiamo lottare per i nostri interessi, siamo lo zoccolo duro dell’UE e della NATO” ha dichiarato il nuovo primo ministro, proseguendo: ”L’UE deve avere qualche dubbio e pensare perché il Regno Unito vuole abbandonarla”.
Il magnate, insofferente alla politica migratoria europea, dopo la vittoria ha promesso di mantenere i profughi musulmani fuori dai confini nazionali in uno dei paesi europei meno colpiti dalla grave crisi migratoria.

Anche la Repubblica Ceca, che insieme alla Polonia, Slovacchia e Ungheria fa parte del gruppo Visegrád, (gruppo di paesi che si oppongono alle quote di migranti obbligatorie), segna così una svolta a destra, dopo la vittoria del giovanissimo Sebastian Kurz in Austria pochi giorni fa e l’entrata al Bundestag dell’AfD a fine settembre.
In Ungheria a maggio 2014 era stato eletto per la terza volta Viktor Orban con il suo partito cristiano di destra Fidesz, Unione Civica Ungherese, mentre in Polonia c’è il partito conservatore di destra fondato nel 2011, PiS, Diritto e giustizia, a cui appartiene il presidente polacco Andrzej Duda, che si impose alle parlamentari nel 2015. Il fronte populista che ha fatto di temi quali anti-immigrazione ed anti-Europa il suo cavallo di battaglio, riscuotendo significativi risultati alle urne, continua a guadagnare terreno in Europa, rappresentando una fonte di preoccupazione crescente per Bruxelles.

L’Unione Europea sta vivendo un momento di forte trasformazione e il vento del populismo continua a soffiare su tutto il vecchio continente, decretando la messa in crisi dei partiti tradizionali, giudicati ormai inadatti a dare risposte agli elettori su problemi quali crisi economia ed emergenza migranti. Ed è da questa crisi che prendono forma i nuovi movimenti cosiddetti populisti, che si propongono di rinnovare la vecchia politica e le vecchie classi dirigenti che ormai sembrano non convincere più i cittadini.
Assistiamo ad un riemergere di sentimenti quali difesa delle proprie radici e dei confini nazionali, della propria identità e cultura di fronte ad una globalizzazione imperante, in grado di conquistare una larga fascia di cittadini che si sente impoverita, stanca e scettica.

Le cause di questo boom di partiti nazionalisti ed insofferenti ai dettami di Bruxelles vanno ricercate nella crisi dell’eurozona e ai massicci arrivi dei migranti ma anche, e non meno importante, ad un deficit sul piano dell’identità europea.
I cittadini percepiscono l’Unione distante, ‘fredda’ e sono sfiduciati nei confronti di questa Europa che continua a perdere colpi sotto la catena di successi delle nuove forze populiste, molto spesso demonizzate e bollate dai media come xenofobe e razziste.
Ma non sarebbe invece forse arrivato il momento per Bruxelles di porsi delle domande concrete su cosa non stia funzionando e fare un mea culpa?

Federica Antonecchia

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