Riforma elettorale: un solo sconfitto e nessun vincitore

Nella corsa alle elezioni del 2018, gli unici favoriti sono gli intrighi di Palazzo

Salvo il verificarsi di particolari sorprese, entro due settimane l’aula di Palazzo Madama approverà in maniera definitiva la nuova riforma in materia elettorale, già licenziata dalla Camera dei Deputati. In Senato la maggioranza sarà risicatissima e sembra scontato il ricorso al voto di fiducia, che permetterà alla legge di passare incolume dal fuoco incrociato degli emendamenti e dell’indubbio ostruzionismo dell’opposizione. Il Governo, d’altro canto, è deciso a chiudere la partita prima delle elezioni in Sicilia (il 5 novembre) e dell’approdo della manovra economica in parlamento (previsto per il 20 ottobre), per poi defilarsi e lasciare spazio politico e mediatico alle segreterie dei partiti in vista del lancio della tanto attesa campagna elettorale.

Impazzano sondaggi, previsioni e proiezioni grafiche della composizione del nuovo Parlamento che presentano scenari tra loro differenti, ma che sono accomunati tutti da un’unica grande caratteristica: il difficile raggiungimento, da parte di una coalizione o di un partito, di una maggioranza in grado di assicurare un governo stabile che duri un’intera legislatura.

Nel momento in cui ci apprestiamo ad analizzare un sondaggio occorre armarsi di prudenza: bisogna innanzitutto tener conto dell’ormai diffusa caratteristica dell’elettorato di decidere chi votare direttamente al buio della cabina, che rende vani i sondaggi, ma soprattutto è necessario considerare la poca chiarezza dell’offerta politica attuale. Tuttavia, osservando lo scenario politico che i sondaggisti propongono ai lettori, caratterizzato dalla presenza di tre grandi poli, ci si può cimentare nell’analisi delle forze e delle probabili coalizioni che si contenderanno la vittoria finale.

Seppur sia ancora incerta la scelta del leader e candidato premier – in casa Forza Italia si attende la prima e unica udienza della Corte Europea dei diritti dell’uomo sul caso Berlusconi – a destra la coalizione si delinea nettamente: Lega Nord e Fratelli d’Italia a far quadrato intorno a Forza Italia. Berlusconi rientra in partita e può ancora far affidamento su un elettorato fedele pronto ad assicurargli un numero cospicuo di voti, ma è ben consapevole che la sola alleanza con Salvini e Meloni non è sufficiente a garantire la maggioranza relativa dei consensi. Del tutto plausibile dunque la nascita di una lista che guarda verso il centro. Sembra tuttavia improbabile che Alfano si ricongiunga con il vecchio capo politico. Da un lato la Lega ha posto un veto sull’entrata in coalizione di Alternativa Popolare, dall’altro l’inquilino della Farnesina è attratto da una possibile coalizione con il PD, per riproporre l’alleanza che avrà come primo test le elezioni regionali in Sicilia.

Il Partito Democratico ha due strade davanti: presentare una coalizione che ricalchi la composizione del governo attuale, insieme ad una lista di sinistra – molto probabilmente Campo Democratico di Giuliano Pisapia – oppure cercare un allargamento a sinistra e coinvolgere, oltre a CD, anche tutti i fuoriusciti dal Pd (da Bersani a Civati), per costruire un ponte con Sinistra italiana. Al momento quest’ultima ipotesi appare alquanto improbabile per due motivi: sarà difficile costruire un’alleanza con Matteo Renzi, il quale viene additato come il vero nemico della sinistra e ancora più complicato sarà rinunciare ai voti – pochi – del partito di Alfano, ma tutti concentrati in Sicilia. Difatti, il nuovo impianto elettorale, favorisce di gran lunga quei partiti che possono contare su una forte base territoriale per vincere nei collegi uninominali.

Pur mantenendo il primato sul PD nei sondaggi, il grande sconfitto è il M5S. Poco radicato nel territorio, dove difficilmente riuscirà a presentare candidati forti e competitivi nei collegi, e per nulla incline alla formazione di coalizioni, vitali se si vogliono avere speranze di vittoria. Rendere impossibile la vittoria al Movimento è costato caro sia al centro-sinistra che al centro-destra. È infatti improbabile che i due poli riescano a raggiungere la maggioranza necessaria (il 40%) per la formazione di un governo. E altrettanto irrealizzabile è lo scenario che veda il M5S parte di una coalizione di governo, vista l’etica del Movimento e un programma da sempre distante da tutti gli altri partiti. Il sogno del governo monocolore svanisce in un pomeriggio, e a nulla servono le adunate dei sostenitori davanti a Montecitorio e le urla di Di Battista e Di Maio, che promette nuove manifestazioni anche fuori dal Quirinale, per spingere Mattarella a non firmare la legge.

Lo scenario è quello di un’Italia divisa in tre. Nessuna forza politica sembra in grado di raggiungere la vittoria, salvo un exploit – francamente inaspettato – di uno dei tre poli. A quel punto la palla passerà dagli elettori alle forze nel palazzo che, forti del carattere non vincolante delle coalizioni presentate agli elettori, cercheranno un modo per conservarsi, accumunate da un unico obiettivo: evitare a tutti i costi nuove elezioni.

Edoardo Maggi

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