Rohingya: “pulizia etnica” sotto lo sguardo della comunità internazionale.

La repressione delle forze armate birmane sta creando un esodo di enormi proporzioni

Negli ultimi giorni, con timidezza, si è affacciata la parola “rohingya” alla finestra dei nostri mezzi di comunicazione, una finestra particolarmente stretta da cui sempre più raramente giungono gli echi di terre lontane. La “terra lontana” in questione è il Myanmar, uno Stato a maggioranza buddista che si trova sulla costa occidentale della penisola indocinese, noto anche come Birmania: i Rohingya (pronuncia: “rouhinghia”) sono una minoranza che conta circa un milione di persone, la maggior parte delle quali di religione islamica, che discendono dagli immigrati provenienti dall’India e dal Bangladesh.

Il fenomeno migratorio, concentrato durante gli anni della colonizzazione britannica (1824-1948), venne considerato dalla Corona inglese come “migrazione interna” e quindi non si posero questioni legate all’etnia o all’identità di queste centinaia di migliaia di persone in movimento; o per lo meno non si posero fino al raggiungimento dell’indipendenza del Myanmar dal Regno Unito, nel 1948. A partire da quell’anno, infatti, nel neonato Stato sono state approvate diverse leggi con l’obiettivo di integrare le lacune normative ereditate dai britannici rispetto alla cittadinanza, e sono stati riconosciuti ufficialmente 135 gruppi etnici, permettendo alle minoranze l’accesso all’educazione e alla sanità, e dando ai loro membri la possibilità di concorrere per le cariche pubbliche.

I Rohingya, tuttavia, non sono mai stati riconosciuti come etnia, e solo in rarissimi casi hanno potuto far richiesta di un documento d’identità, finendo in un limbo di incertezza giuridica che li ha esposti alla violenza delle forze dell’ordine e, nei casi migliori, all’opportunismo della classe politica. Oltre alle restrizioni legate all’approvvigionamento idrico e all’accesso alle scuole, i Rohingya soffrono da decenni una politica che ne viola i diritti umani fondamentali e ne limita severamente le possibilità di movimento, ma allo stesso tempo utilizza tutti i mezzi a propria disposizione per favorirne la dispersione.

Costretti a scappare dal Myanmar, non certo i benvenuti in Bangladesh, i Rohingya sono a tutti gli effetti dei rifugiati, in una crisi che ha numeri da capogiro. Secondo i dati più affidabili delle Nazioni Unite, più di 168 000 persone hanno tentato di fuggire dal Myanmar dal 2012, 87 000 solamente tra ottobre 2016 e luglio 2017, in corrispondenza con la recrudescenza delle operazioni militari birmane ai propri danni. Tra il 2012 e il 2015, in più di 112 000 hanno cercato di attraversare il Golfo del Bengala e il Mar delle Andamane su imbarcazioni di fortuna, riporta l’International Organization for Migration. Prima del riprendere delle violenze, ad agosto del 2017, le Nazioni Unite stimavano che vi fossero almeno 420 000 rifugiati di etnia rohingya in tutta l’Asia sud-orientale.

Ciò che ha fatto drizzare le orecchie dei mezzi di comunicazione occidentale è un gruppo insorgente che protegge e perora la causa dei Rohingya, la ARSA (Arakan Rohingya Salvation Army), al cui vertice c’è un rohingya nato in Pakistan e poi emigrato in Arabia Saudita. A dispetto dei facili pregiudizi che si potrebbero avere su questo tipo di formazioni armate, tuttavia, un comunicato di marzo 2017 recita che l’ARSA “non è associato con alcun gruppo terroristico islamico e non commette alcuna forma di violenza rispetto ai civili, di qualsiasi religione o gruppo etnico essi siano” e che “l’unico nemico che combatte è l’oppressivo governo birmano”. Il 25 agosto il gruppo insorgente ha attaccato le forze dell’ordine locali e i militari hanno reagito con un grande dispiegamento di forze che ha ucciso almeno mille persone e causato la diaspora di più di trecentomila Rohingya.

Secondo Zeid Ra’ad Al Hussein, Alto Commissario dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, quella che si sta consumando sotto ai nostri occhi è ciò che di più simile ci sia alla definizione di “pulizia etnica”: stupri, torture, omicidi extragiudiziali da parte delle forze armate, interi villaggi distrutti, deportazione. L’Alto Commissario ha fatto appello al governo del Myanmar affinché cessasse il dispiegamento di forze ai danni dei Rohingya “chiaramente sproporzionato” rispetto alla minaccia rappresentata dall’ARSA.

Aung San Suu Kyi, leader de facto del governo del Myanmar e Premio Nobel per la Pace nel 1991 per il proprio impegno contro la dittatura militare birmana, non è stata all’altezza delle aspettative della comunità internazionale. Tacendo a lungo su questo triste capitolo di violenze, è intervenuta infine per negare ogni accusa e invitare invece le Nazioni Unite a inviare i propri ufficiali nel suo paese per confermare l’assenza di qualsiasi violazione dei diritti umani. Nel suo discorso di martedì 19 settembre, la leader non ha mai pronunciato la parole “rohingya” ma ha definito “terrorismo” le azioni dell’ARSA e ha mantenuto dei toni accomodanti nei confronti delle più alte sfere militari birmane. D’altronde già nel 2010 lo aveva sottolineato: “vorrei essere vista come una figura politica e non come un’icona per i diritti umani”.

Camilla Eva Trotta

Dal 1993 con furore, sulla mia tomba scriveranno "Qui giace colei che non era d'accordo".

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