Salvatore Quasimodo: “Uomo del mio tempo”, uomo di ogni tempo

Oggi, nell'anniversario della strage di Capaci e dopo l'ennesimo attentato, avvenuto nella notte a Manchester, riecheggiano ancora le fredde e pungenti parole di Salvatore Quasimodo, contro l'uomo del suo tempo che è l'uomo di ogni tempo

Salvatore Quasimodo (1901-1968), premio nobel per la letteratura nel 1959, è stato uno tra i poeti più importanti del ‘900 italiano, nonché esponente principale dell’ermetismo.

La sua raccolta di poesie Giorno dopo giorno (1947) è la prima in cui il tema bellico sembra essere dominante, mentre nelle precedenti era ancora forte l’eco della nostalgia della sua Sicilia, terra d’origine dalla quale era stato obbligato ad allontanarsi per motivi di lavoro.

L’esperienza del secondo conflitto mondiale aveva infatti provocato insanabili ferite nella sua anima di uomo e poeta, come in quella della totalità degli intellettuali, lasciando un gusto amaro di delusione per l’intero genere umano.

Gli intellettuali hanno perduto la loro funzione sociale, la poesia è morta, e si apprestano dunque ad appendere le loro cetre ai salici piangenti (da poesia Alle fronde dei salici, che apre la raccolta) in segno di una protesta che diviene silente. Montale dirà “Non chiederci la parola che squadri da ogni lato l’animo nostro informe” e Ungaretti invece si troverà a dover constatare la fine della poetica dell’ermetismo, con il suo “verso puro” perché adesso il poeta si sentiva chiamato in giudizio di fronte ad una poesia che si era “chiusa nella sua torre d’avorio” mentre il mondo andava in frantumi.

La poesia Se questo è un uomo (1946) chiude, emblematicamente la raccolta Giorno dopo giorno, mostrando tutta la disperazione di chi ha visto “troppo male” per credere che possa esiste ancora un “bene”. Una disperazione che, tuttavia, non si abbandona mai al lirismo espressivo ma che diviene, anzi, frutto di una lucida riflessione sull’umanità e sulla sua predisposizione al male e alla violenza. Hannah Arendt parlerà de La banalità del male (1963) mentre Quasimodo ci lascerà il monito di una natura umana incapace di evolversi, sempre atavicamente predisposta a macchiarsi delle colpe dei padri, “senza amore e senza Cristo“, come denuncia di chi perpetua violenza in nome di un ideale, una fede, un principio. Cambiano i mezzi, cambiano le forme, cambiano gli intenti, ma dietro la maschera dell’evoluzione si nascondono sempre i primordiali istinti di violenza e di sopraffazione dell’uomo primitivo, che forse, sarebbe possibile eliminare del tutto, come direbbe Italo Svevo in La coscienza di Zeno (1923), solo attraverso la cancellazione definitiva del mondo e del genere umano, in una catastrofica e apocalittica profezia del disastro nucleare:

Quando i gas velenosi non basteranno più, un uomo inventerà un esplosivo incomparabile e un altro uomo più malato ruberà tale esplosivo e si arrampicherà al centro della Terra, dove il suo effetto potrà essere il massimo. Ci sarà un’esplosione enorme che nessuno udirà e la Terra, ritornata alla sua forma nebulosa, errerà nei cieli, priva di parassiti e di malattie.

(I. Svevo La coscienza di Zeno 1923).

Oggi, nell’anniversario della strage mafiosa di Capaci (Palermo, 1992) che costò la vita al giudice Giovanni Falcone, la moglie e gli uomini della scorta, ci ritroviamo a dover fronteggiare l’ennesimo lutto, dopo la notizia dell’attentato avvenuto stanotte a Manchester (U.K.) costato la vita a decine di giovani.
Così, in questo giorno, riecheggiano ancora le fredde e pungenti parole di Salvatore Quasimodo, contro l’uomo del suo tempo che è l’uomo di ogni tempo.

 

Sei ancora quello della pietra e della fionda,
uomo del mio tempo. Eri nella carlinga,
con le ali maligne, le meridiane di morte,
-t’ho visto- dentro il carro di fuoco, alle forche,
alle ruote di tortura. T’ho visto: eri tu,
con la tua scienza esatta persuasa allo sterminio,
senza amore, senza Cristo. Hai ucciso ancora,
come sempre, come uccisero i padri, come uccisero,
gli animali che ti videro per la prima volta.
E questo sangue odora come nel giorno
quando il fratello disse all’altro fratello:
“Andiamo ai campi”. E quell’eco fredda, tenace,
è giunta fino a te, dentro la tua giornata.
Dimenticate, o figli, le nuvole di sangue
salite dalla terra, dimenticate i padri:
le loro tombe affondano nella cenere,
gli uccelli neri, il vento, coprono il loro cuore.

(Salvatore Quasimodo, da Giorno dopo giorno 1947)

 

Credits photo: Palermomania.it

Sara Fiore

Sara Fiore, siciliana, studentessa universitaria in lettere moderne, classe 1994. Bibliofila, cinefila, letterata, scrittrice in erba passionale come la mia terra. Le parole sono il mio super potere! #thinkcreative

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