Sconfiggere la burocrazia del TAR Lazio (e non solo)

Tutti contro il Tar Lazio per la rimozione di 5 direttori di musei nazionali. E se fosse colpa dell'ipocrisia di uno Stato che rifiuta la cooptazione?

Da due giorni su tutti i media italiani imperversa la polemica per le due sentenze con le quali il Tar Lazio ha annullato le nomine di 5 direttori di musei nazionali decise due anni or sono dal Ministro Franceschini. La questione è stata notevolmente distorta, visto che tutti i giornali hanno sottolineato un passaggio delle sentenze che verteva sul requisito della cittadinanza italiana, mentre dei 5 direttori rimossi uno solo è straniero (Peter Assmann – Palazzo ducale di Mantova). Non mi dilungo sul modo in cui la notizia è stata data (e di conseguenza sul dibattito che ne è scaturito), anche se va detto che nelle ultime settimane giornali ed agenzie nazionali sembrano stare facendo a gara per accaparrarsi il ruolo di principali produttori di fake news (al volo mi vengono in mente le false frasi attribuite a Salvini sulla pulizia etnica, i titoli sui dati sul lavoro diffusi dall’Inps e quelli sul nuovo orientamento della Cassazione sul assegno di mantenimento in caso di divorzio). Il rapporto tra realtà, informazione e politica ne esce del tutto distorto: notizie date male (se non false) producono un dibattito politico inutile mentre le questioni reali rimangono sul tavolo, irrisolte.

Così, nel caso di specie, da due giorni si discute di italiani, stranieri, libertà di circolazione e antimodernismo del Tar Lazio, mentre la questione principale è un’altra: in Italia, nel 2017, il concorso pubblico risponde sempre alle esigenze di efficienza, efficacia e buon andamento della Pubblica Amministrazione?

Cinque direttori che stavano facendo egregiamente il loro lavoro sono stati rimossi per vizi della procedura con la quale sono stati selezionati. Prendersela con il Tar è del tutto privo di senso. I Tribunali Amministrativi fanno il loro mestiere, si esprimono sulle questioni che vengono loro sottoposte. Possono interpretare la legge più o meno restrittivamente, possono “sposare” una tesi piuttosto che un’altra, ma non possono evitare di esprimersi. Nessuno sano di mente può chiedere al Tar di non ostacolare il Governo rigettando aprioristicamente qualunque ricorso venga proposto sulle procedure poste in essere. Nemmeno ha senso chiedere agli esclusi (anche questo ho sentito) di non adire le vie legali contro una procedura che ritengono viziata. La giustiziabilità di una procedura è uno dei capisaldi di uno stato di diritto, tanto da essere sancito dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo.

Inutile, dunque, gridare alla giustizia cavillosa o al candidato rosicone. Il sistema è questo, se non si cambia lo si accetta così com’è.

Concorso pubblico vs spoils system

Esiste un altro sistema? Certo che esiste, è quello dello spoils system. Nomine fiduciarie, intuitu personae, senza lo schermo del concorso pubblico, senza procedure impugnabili. Cosa ci sarebbe di strano nello stabilire che il Ministro dei Beni Culturali scelga personalmente i direttori dei grandi musei nazionali, esattamente come un Sindaco sceglie i propri assessori?

Dal mio punto di vista assolutamente nulla. I nominati resterebbero in carica finché non decade il ministro (simul stabunt vel simul cadent) o finché questi non decida di revocarli. In questo modo non ci sarebbe Tar che tenga, la nomina sarebbe inoppugnabile ed a contare sarebbero solo i risultati ottenuti dai direttori e, quindi, dal Ministro. In inglese si chiama accountability, la responsabilità che un soggetto si assume di fronte ad un gruppo di individui. Si ottiene attraverso la trasparenza dei meccanismi decisionali e delle responsabilità, da un lato, e attraverso la rendicontazione precisa del proprio operato. In Italia siamo talmente refrattari ai concetti di trasparenza, responsabilità e rendicontazione che il termine accountability non l’abbiamo nemmeno tradotto.

L’ipocrisia del concorso pubblico

Il Paese in cui il nepotismo è stato inventato, la patria della raccomandazione, della spintarella e del clientelismo, lo Stato in cui il familismo è sempre stato amorale, ha una difficoltà estrema a legalizzare la pratica della cooptazione. Ci piace esercitare il potere, ma aggirando le procedure, facendo sembrare che stia avvenendo altro. Le professioni, anche quelle pubbliche, si tramandano di padre in figlio (e cugini, affini, amanti), senza soluzione di continuità. Se c’è da aggiustare un concorso troviamo il modo di farlo, ma di prenderci davanti all’opinione pubblica la responsabilità delle nostre scelte non ne vogliamo sapere. Preferiamo imbastire una procedura pubblica, influenzare la commissione, mettere su un complicato ed arzigogolato sistema di favori reciproci. Poi, quando le cose non vanno come diciamo noi, quando ci sono falle nelle procedure o quando per faciloneria si sottovaluta qualche passaggio burocratico, ce la prendiamo con il Tar Lazio.

Intendiamoci, lungi da me difendere tout court la giustizia amministrativa italiana, troppo spesso incline a concedere sospensive con magnanimità e troppo lenta nel recepire i cambiamenti, ma non mi sta bene un Paese che prima decide di operare con procedure sottomesse ai tribunali amministrativi e poi se la prende con questi quando adottano decisioni che ci sembrano ingiuste. La vicenda delle nomine andrà avanti sui propri binari, dopo il Tar Lazio spetterà al Consiglio di Stato decidere se le procedure sono state seguite correttamente oppure no. Quello che voglio sottolineare è che lo sgomento per la decisione del Tal Lazio nasce dal fatto che il Ministro Franceschini sente come sue le nomine effettuate e che tutti sono concordi su questo punto. Tutti tranne l’Italia, che ha stabilito che quelle nomine fossero decise attraverso una procedura pubblica,

Fabio Avallone

Napoletano, classe 1975. Cresciuto tra i King Crimson, Maradona e Jorge Luis Borges. Laurea, Master e Dottorato di Ricerca in giurisprudenza, oscillando tra diritto del lavoro e diritto pubblico. Mi diverte scrivere, soprattutto di politica, ma anche di sport, comunicazione e nuovi media. Ho una miriade di passioni dietro le quali ogni tanto mi perdo.

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