Sgombero a Piazza Indipendenza: la rabbia dei rifugiati e la lotta per la casa

Sopra tutte le voci contrastanti, alcune domande da porsi sulla questione dell'accoglienza e della tutela dei diritti in Italia.

Quello che più colpisce delle persone che si trovavano di fronte a me, è stata la rabbia. Una rabbia rassegnata e amara. Tra gli abitanti dello stabile all’angolo tra via Curtatone e piazza Indipendenza la rabbia serpeggia, non si fa mai esplicita, non si traduce in urla e spintoni, in lanci d’oggetti, in atti di vandalismo. Le stesse persone che il giorno prima, giovedì 24 agosto, all’alba, erano state svegliate dallo sgombero delle forze dell’ordine e buttate giù dai propri letti, hanno tenuto nella mattina del giorno seguente una conferenza stampa dignitosa, composta, schierati tutti ritti in fila davanti a un plotone di giornalisti. Il giorno prima, la folta comunità di rifugiati etiopi ed eritrei era stata sgomberata con la violenza dal palazzo che occupava, all’angolo tra via Curtatone e piazza Indipendenza, e mentre alcuni di loro avevano risposto con lancio di pietre ed altri oggetti, molte delle persone coinvolte cercavano piuttosto di raccogliere i propri averi sparsi ovunque dalla furia dell’idrante. Disabili, bambini, persone in ogni condizione. Al di là delle chiacchiere da bar, dell’odio delle tifoserie, dei radical chic contro i fascistelli, dei progressisti contro i conservatori, rimane la rabbia in quegli occhi scuri e rimangono tante domande.

Immagini dallo sgombero del 24 agosto.

Se lo sgombero era stato ordinato da aprile 2016, perché si è tardato così tanto nell’intervento? Perché scegliere una mattina di fine agosto? Perché la polizia ha utilizzato quei metodi violenti, che ricordano le amare cariche durante anni ’70, le manganellate, l’acqua? Nascondevano davvero qualcosa di pericoloso, gli abitanti di via Curtatone? Perché sgomberare uno stabile occupato in una città come Roma, che già fatica ad organizzare l’accoglienza dei clandestini? Perché trasformare un problema antico e radicato, come quello della gestione dei rifugiati, in un’emergenza? Perché aumentare la pressione sulle già traballanti strutture abitative della città?

Perché lo Stato non riesce a tutelare contemporaneamente il diritto di proprietà e il diritto dei rifugiati, sancito dalla Convenzione di Ginevra? Perché il portavoce di Amnesty International Italia, Riccardo Noury, ha asserito che uno sgombero del genere è contrario alle norme del diritto internazionale? Perché la comunità etiope si è rifiutata di accettare le soluzioni compensative? Perché offrire rifugio nei centri SPRAR, sapendo che molti dei rifugiati in Piazza Indipendenza non possiedono le caratteristiche necessarie per soggiornarvi? Perché proporre tra le alternative proprio delle abitazioni a Rieti, città che sta ancora riprendendosi dagli effetti del terremoto, dove sistemare dei rifugiati creerebbe una pressione sociale ancora più forte?

Perché fomentare la rabbia? Perché la sindaca Raggi non ha spiccicato parola in merito, se non più di 48 ore dopo l’accaduto? Perché c’è sempre questo perenne rimpallo di responsabilità tra le istituzioni, nella fattispecie tra la prima cittadina e il Presidente della Regione Lazio? Perché l’assessora Laura Baldassarre si è limitata a riportare su Facebook che le soluzioni alternative sono state rifiutate? Esiste modo di far fronte al problema dell’abitazione? Perché prima di procedere con le maniere dure non si è pensato a un’alternativa, mediando con i rappresentanti della comunità?

E ancora: chi sono i proprietari dell’edificio in via Curtatone? Il fondo immobiliare Omega, gestito dalla società IDeAFIMIT, quanto ha perso in termini di tasse e utenze pagate in questi anni? È vero che esiste un progetto, e quindi dei fondi, affinché lo stabile diventi un centro di accoglienza entro la fine del 2018? Che ruolo assumono in tutto ciò i Movimenti di Lotta per la Casa? C’è una manipolazione da parte della sinistra radicale e dei centri sociali, come sostiene il prefetto Basilone? In che modo le costruzioni sfitte, invendute, inutilizzate di Roma potrebbero essere assegnate agli aventi diritto? In che misura influisce in questo disegno la speculazione edilizia? È un problema legato all’immigrazione o, più in generale e più trasversalmente, alla povertà? È un problema di nazionalità o di redistribuzione della ricchezza? Che senso ha dire “prima gli italiani” se questa questione investe? Quali sono gli interessi in gioco?

E poi: perché i rifugiati chiedono a gran voce di essere “mandati via”? Perché parlano di Germania, Francia e Spagna come se fossero realtà perfette, in cui la macchina dell’accoglienza è ben oliata e i rifugiati frequentano corsi di lingua e corsi professionali gratuitamente? Perché qualcuno dovrebbe pretendere per sé e per i propri cari l’esistenza più dignitosa possibile? Perché rimbalzano addosso a “noi”, come se esistesse un “noi” e un “loro”, tutta la rabbia che ricevono? Perché ci detestano? Perché ci accusano? Perché non ci sono grati di avergli fatto un po’ di spazio nel “nostro” paese? Perché reclamano dei diritti? Perché alzano la voce? Perché vogliono una casa, un posticino in un paese pacifico? A chi fa buon gioco la retorica del “Noi” vs “Loro“? E soprattutto, chi sono i veri responsabili? Chi ha maggiori interessi nel mantenere il livello di emergenza alto?

Camilla Eva Trotta

Dal 1993 con furore, sulla mia tomba scriveranno "Qui giace colei che non era d'accordo".

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