La sociolinguistica. Lo studio di come comunicano le persone

Chiunque crei dei contenuti, sia per i mezzi di comunicazione di massa che per i social network (e quindi per tutti) deve sentire un senso di responsabilità nei confronti del proprio lettore

Non so se occuparsi di linguistica oggi sia di moda o meno. Credo di no. Oggi vanno di moda occupazioni più remunerative, più pratiche. Non molti bambini dicono “da grande voglio fare il linguista”. I bambini, oggi, sognano carriere fulgide: quella del calciatore, o della soubrette, o magari del Youtuber (come dice mia figlia di nove anni).

Solo gli esseri umani hanno il dono della parola

Eppure, la lingua permea ogni aspetto della nostra vita. Intanto, la capacità di comunicare in forma così evoluta, parlando e scrivendo, caratterizza la specie umana distinguendola da tutti gli altri esseri viventi che abitano su questo pianeta (sugli altri pianeti, non mi pronuncio).

Secondariamente, la capacità di comunicare bene, sebbene fosse meno spettacolare di altre, risulta essenziale per un’infinità di scopi. È particolarmente importante scrivere e parlare bene per una serie di lavori strettamente legati alla comunicazione: per un social media manager, per un content editor, per un copywriter, per un attore, per uno speaker radiofonico o televisivo, per un insegnante, per un giornalista; sarebbe altrettanto importante anche per chi lavora a contatto con il pubblico, come per un centralinista o per un politico. Brevemente, per chiunque debba dire qualcosa e farsi comprendere da qualche altro.

La lingua è convenzione

La lingua è un codice e l’accordo sul suo impiego – ossia l’uso di certe regole linguistiche – è quanto ci permette di capirci. Ad esempio, è in qualche modo convenzione sottintesa che io stia scrivendo in italiano. Se scrivessi in ungherese, la mia lingua madre, tutti i lettori che si aspettano di leggere un articolo in italiano si sentirebbero, in qualche modo, “gabbati”, magari anche senza sapersi spiegare il motivo di tale sensazione.

Più nel dettaglio, se c’è una convenzione che prescrive che la grafia corretta di “po’” sia con l’apostrofo, perché scriverlo con l’accento? Per di più ci esponiamo alla possibilità di venire presi in giro per le nostre scarse competenze ortografiche e rischiamo anche che il contenuto del nostro messaggio passi in secondo piano rispetto alla sua forma.

L’errore di forma distrae dal contenuto

È un po’ quanto è successo con il famoso chiesimo (per chiedemmo) di un noto politico: di per sé non è un errore così grave, dato che tale forma ricorre nella nostra storia linguistica ed era, per esempio, usata da Garibaldi nelle sue lettere. Essendo, però, questa forma oggi del tutto desueta, il suo impiego ha creato grande risonanza, tanto che nessuno si ricorda il contenuto del tweet, ma solo questo presunto strafalcione. Non sarebbe stato forse meglio evitare l’errore, più comunicativo che linguistico? Spesso ricorro ad una similitudine, per molti un po’ estrema ma efficace: l’errore linguistico è come l’alitosi, ci distrae dal contenuto della comunicazione.

In generale, la norma linguistica non è un obbligo, è una convenzione. Non è un freno alla creatività, ma una serie di consigli per capirsi meglio. Per questo non comprendo chi pensa che la precisione ortografica e sintattica siano degli orpelli inutili: è anche grazie a queste che possiamo capirci ed aumentiamo la possibilità che il nostro pensiero giunga a destinazione nella maniera migliore, più chiara, più liscia.

Il senso di responsabilità

Chiunque crei dei contenuti, sia per i mezzi di comunicazione di massa che per i social network (e quindi per tutti) deve sentire un senso di responsabilità nei confronti del proprio lettore. La responsabilità riguarda non solo i contenuti, ma anche il fatto di usare nel modo migliore possibile lo strumento potentissimo che ci è stato fornito, e che può tagliare come una lama o accarezzare come una piuma: la nostra lingua.

 

Vera Gheno

Sociolinguista, specializzata in comunicazione mediata dal computer, PhD in Linguistica e Linguistica Italiana, insegna come docente a contratto all'Università di Firenze (Laboratorio di italiano scritto), all'Università per Stranieri di Siena (Laboratorio di alfabetizzazione informatica) e al Middlebury College (sede di Firenze; Sociolinguistica). Collabora con l'Accademia della Crusca dal 2000 e dal 2012 ne cura il profilo Twitter. Traduce letteratura dall'ungherese. Ha pubblicato un libro, "Guida pratica all'italiano scritto (senza diventare grammarnazi)" (2016, Firenze, Franco Cesati Editore).

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