Che noia il centrosinistra

da 26 anni il centrosinistra non fa altro che parlarsi addosso: che noia.

Avevo 16 anni quando Achille Occhetto trasformò il PCI in PDS alla Bolognina. Era il 1991, sono passati 26 anni nei quali ho seguito, direi quotidianamente, il dibattito politico pubblico. Prima sui giornali e nei talk show, ora principalmente sui giornali e sui social network. Se dovessi fare una media a spanne, direi che per l’80% del tempo il centrosinistra ha parlato di se stesso. Dei suoi simboli, delle sue forme, delle sue alleanze, dei suoi leader, delle sue strategie. Sono 26 anni che parliamo quasi esclusivamente di trattini, di querce, di falci e martelli che scompaiono, di arcobaleni, di ulivi, margherite, rose nel pugno, cespugli, unioni, desistenze. Di D’Alema e Occhetto, di D’Alema e Veltroni, di D’Alema e Prodi, di D’Alema e Bersani, di D’Alema e Renzi. Di Lingotto, Leopolda, di feste de l’Unità. 26 anni di scissioni a sinistra, di fuoriusciti, di Rossi e Turigliatto, di percentuali, di correnti, di fondazioni, di primarie. 26 anni di patenti, di dibattito su cosa e chi sia di sinistra e cosa e chi non lo sia. 26 anni di idolatrie tanto intense quanto passeggere per i leader stranieri: Blair, Schroeder, Clinton lui, Clinton lei, Hollande, Obama, Zapatero, Tsipras. Ora Macron e Corbyn. 26 anni in cui il nemico era Andreotti, poi Craxi, poi Berlusconi, poi Grillo.

Le poche volte in cui il centrosinistra ha smesso di parlarsi addosso e ha parlato al Paese, magari buttando lì un’idea o un progetto ha persino vinto le elezioni, salvo poi rovinare tutto riprendendo a parlarsi addosso. È accaduto con l’Euro e con le proposte riformiste di Prodi e di Renzi alle ultime elezioni europee. Per il resto quando non ci siamo persi nelle interessantissime disamine sul chi siano realmente gli eredi di Berlinguer, abbiamo parlato di cose che agli italiani stanno simpaticissime, tipo nuove tasse.

Ora ci risiamo. Le elezioni amministrative hanno mostrato che il centrodestra è vivo e vegeto, che Grillo è imprevedibile e che ai ballottaggi (è già la seconda volta) sembrano tutti molto contenti di coalizzarsi contro il PD e il centrosinistra in generale. Le elezioni politiche sono ad un tiro di schioppo, ma di cosa si parla in questi giorni? Forse delle politiche per il lavoro? Forse dell’idea di sviluppo che abbiamo? Forse dell’Italia che immaginiamo per i prossimi 5 anni? Forse di digitale e innovazione?

Ovviamente no. Renzi è rimasto imbottigliato nel “governo dei 1000 giorni” e addirittura in questi ultimi mesi ha preferito regalarci una sua rassegna stampa quasi quotidiana e un po’ di dirette facebook dalla terrazza della sede del PD, invece di andare in giro per l’Italia a fare campagna elettorale. Sembra la versione triste de “Il giorno della marmotta“. A sinistra del PD ci sono già una mezza dozzina di formazioni (e una ventina di leader) a contendersi le celeberrime praterie. Praterie che immaginano di conquistare non appena gli elettori avranno capito quali e quanti simboli troveranno sulla scheda elettorale e, soprattutto, a cosa fanno riferimento.

Se dovessi scegliere una parola per descrivere questi 26 anni sceglierei Noia.

 

 

Fabio Avallone

Napoletano, classe 1975. Cresciuto tra i King Crimson, Maradona e Jorge Luis Borges. Laurea, Master e Dottorato di Ricerca in giurisprudenza, oscillando tra diritto del lavoro e diritto pubblico. Mi diverte scrivere, soprattutto di politica, ma anche di sport, comunicazione e nuovi media. Ho una miriade di passioni dietro le quali ogni tanto mi perdo.

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