Coez, dai Lego alla costruzione del successo

Alla scoperta di ''Faccio un casino'', l'ultima fatica di Coez

“Amami o faccio un casino”.

Che lo si ami o no, Coez il casino l’ha fatto, di dimensioni inaspettate, impronosticabile alla vigilia della svolta. Quale svolta? La risposta è più complicata che mai, dire svolta pop sarebbe riduttivo; è più opportuno segnalare un cambio di direzione rispetto a lavori come “Fenomeno Mixtape” e “Figlio di nessuno”. Il primo esperimento, in questo senso, è “Non erano fiori”: un album dalle sonorità nuove, meno crude rispetto ai precedenti lavori, che abbandona le “questioni di strada”, ma che non smette di lasciare l’amaro in bocca per via delle tematiche trattate: amori finiti, rapporti complicati; proprio per questo
motivo qualcuno, non contento della scelta artistica di Coez, non ha mancato di sottolineare il passaggio da “rabbia” a “lagna”.

Ci vorranno più di due anni per ascoltare “Niente che non va”, pubblicato nel settembre del 2015. Questo è, secondo la nostra modesta opinione, il lavoro che ha garantito a Silvano (Coez ndr) l’attenzione che meritava; come il precedente, NCNV, è un disco fatto di singoli, ogni brano avrebbe avuto fortuna, delle vere “hit”, o “hitte”, per citare Coez. Ma lui in radio non ci va, non ne ha bisogno. Certo, i numeri sarebbero triplicati, ma il momento non era quello propizio e pezzi come “Jet”, “Niente di che”, “Le parole più grandi” restano patrimonio di chi la musica la compra e di chi, sui social, viene investito dalle condivisioni, citazioni, recensioni, e tante altre parole che terminano in ‘ioni’, dei suoi brani. Non si sorprenderebbe nessuno se dicessimo che “Jet” ha cantato, canta e canterà l’amore ancora per molto tempo.

Tra NCNV e “Faccio un casino” è da segnalare la parentesi acustica del “From the Rooftop”, intrapresa con il suo fedele chitarrista Alessandro ‘Gaspare’ Lorenzoni. Armati di microfono, chitarra e loop station, i due hanno rivisitato alcuni brani dei precedenti lavori e realizzato delle cover di altri artisti (Uomini di mare, Calcutta, Vasco Rossi, I Cani ndr). Anche questo progetto è stato seguito da un tour, seguitissimo, durante il quale l’artista non ha mai smesso di insinuare il dubbio sull’uscita di un album. In effetti, da dicembre a maggio il passo è breve, brevissimo.

Siamo così al 5 maggio, data di uscita di “Faccio un casino”, causa scatenante del nostro articolo. Questo è un lavoro diverso dagli altri, probabilmente il manifesto della sua musica: perfetto connubio tra rap e pop. Un disco che, i più, accomunano ad altri lavori affacciatisi sul panorama musicale italiano nell’ultimo periodo (vedi Mainstream di Calcutta ndr), ma che, e qui la critica ci scappa, banalizzerebbe quanto fatto fin qui da Coez. Chi scrive vede una quasi totale mancanza di contenuti nei brani di Calcutta e di molti altri artisti che stanno raccogliendo consensi per tutto lo stivale; mancanza di contenuti che non è riscontrabile in “Faccio un casino” e che, soprattutto, non rientra tra i difetti del rapper romano. Non azzarderemo un’analisi track by track del disco, ma è importante provare a tracciare una linea guida che dimostri quanto tutto questo sembri stare al posto giusto.

Ad aprire le danze c’è “Still Fenomeno”, brano che fa da collante, da ponte, con il ‘vecchio’ Coez, che ci tiene, forse da anni, a rassicurare che non è cambiato nulla da “Fenomeno Mixtape”. Il sesso torna prepotente con “Delusa da me” e “Parquet”, fresco di videoclip; tutt’altro che prepotente è, invece, “E yo mamma”, un tenero riconoscimento alla donna che lo ha cresciuto. I featuring,  grandi assenti nell’album precedente, sono ben tre e tutti già rodati: Gemello, Gemitaiz e Lucci. Se sopra abbiamo parlato di “Jet”, è doveroso designarne gli eredi, che, a nostro avviso, sono due: “La musica non c’è” e “Le luci della città”; brani che, dal giorno della release, hanno fatto il botto di condivisioni e che rientrano tra quelli apprezzati anche da chi, con Coez ed i suoi lavori, non ha nulla da spartire. A chiudere il disco c’è “Mille fogli”, un altro pezzo rap, un’altra perla fatta di incastri e barre che ricordano a chi fa il rapper a tempo pieno che Silvano sa ancora come si fa. Il nostro articolo si chiude, invece, menzionando “Faccio un casino”, il brano che dà il titolo all’album, da giorni diventato disco d’oro, e che segna l’approdo di Coez nelle radio. Dopotutto, l’aveva promesso, e casino fu.

Felice Ragona

Ventun anni, siciliano dislocato nella Capitale. Aspirante giornalista, disponibile in tutti i negozi di elettrodomestici.

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