Dietrofront della Polonia sulla riforma giudiziaria: ecco a cosa serve l’Europa

Dopo un lungo fine settimana di proteste, iniziate il 20 luglio scorso e presto dilagate nelle principali città della Polonia, il presidente Duda ha annunciato ieri il proprio veto sulla riforma giudiziaria che, di fatto, avrebbe posto i giudici della Corte Costituzionale alla mercé del potere esecutivo.
La riforma, approvata giovedì scorso alla camera bassa, fa parte della scia dei provvedimenti sempre più restrittivi del potere giudiziario a cui il PiS (Prawo i Sprawiedlywosc, Diritto e giustizia, ovvero il partito nazionalconservatore polacco alla giuda del paese dalle elezioni del 25 ottobre 2015) aveva dato il via. In realtà gli appelli a un recupero della democrazia si contavano già dall’aprile 2016, quando una lettera congiunta di Walesa (leader della rivoluzione democratica nel 1989 e premio Nobel per la Pace), Michnik (avamposto liberale sotto il regime sovietico) e degli ex-presidenti Aleksander Kwasniewski e Bronislaw Komorowski chiedevano, dalle colonne della Gazeta Wyborcza, che l’esecutivo cessasse di intromettersi nella scelta dei giudici della Corte Costituzionale.

Appelli caduti nel vuoto, come le dimostrazioni di piazza che si erano succedute fino alla settimana scorsa. Secondo l’ultima riforma, infatti, il governo avrebbe potuto nominare i presidenti dei tribunali e decidere quando sostituire i giudici costituzionali, mentre al Parlamento (dove il PiS detiene la maggioranza) sarebbe spettata la nomina della maggioranza dei membri del Consiglio Supremo della magistratura (15 membri su 25).
Ieri invece il capo dello stato Duda ha annunciato di voler porre il veto sul progetto di riforma. Non solo: il presidente si è anche rivolto apertamente contro Kaczynski, leader del PiS in Parlamento, anteponendo al partito la salvaguardia del rapporto tra società civile e stato.

Le proteste hanno dunque funzionato, raggiungendo il punto massimo di tensione in tale rapporto e ponendo Duda davanti a un bivio: spingere il limite di elasticità della società civile fino al punto di rottura, o tornare sui propri passi e cercare un compromesso (una nuova riforma sarebbe già in discussione).
Probabile che, nel ponderare le conseguenze dell’una e dell’altra scelta, sia sembrata molto più conveniente la seconda.
In un contesto come quello dell’Unione Europea i colpi di mano sono diventati sempre più difficili: ai primi segnali di tensione, infatti, la Commissione aveva già minacciato di ricorrere all’articolo 7 del Trattato sull’Unione Europea – che disciplina casi di violazione grave da parte di uno Stato membro dei valori dell’Unione. Minaccia era e minaccia sarebbe rimasta, dal momento che la procedura prevede un voto all’unanimità del Consiglio Europeo e che l’Ungheria di Orbàn aveva annunciato da subito la propria intenzione di votare contro tale provvedimento. Ungheria che, insieme alla Slovacchia, alla Repubblica Ceca e alla Polonia stessa fa parte del Gruppo di Visegrad, l’alleanza dei paesi dell’Europa centrale. Che genere di equilibri avrebbe determinato una solidarietà ancora più stretta tra i due paesi più popolosi di tale gruppo, solidarietà non intaccata neanche da un’eventuale svolta autoritaria della Polonia?

Dopotutto, negli anni la Polonia si è ritagliata un ruolo predominante tra i Paesi dell’est UE. Arrivare al punto di non ritorno e rimettere il proprio destino in mano al voto contrario dell’Ungheria al Consiglio Europeo avrebbe determinato una svolta in direzione sempre più antieuropeista. Secondo un rapporto del GLOBSEC Policy Institute, presentato dalla Slovacchia il 12 aprile scorso in occasione della riunione del gruppo V4 a Varsavia, infatti, è risultato che l’Ungheria è tra i paesi del gruppo “più vulnerabile a un’eventuale influenza esterna ostile” – prima fra tutte quella della Russia di Putin. La Polonia, al contrario, sarebbe la più resistente. Continuare sulla via delle riforme illiberali avrebbe dunque spostato la Polonia verso un’antagonismo sempre maggiore nei confronti del resto dell’Unione, sacrificando così il ruolo di “ponte” con i paesi dell’est che invece è stata in grado di ritagliarsi negli anni.

D’altra parte, la posizione internazionale della Polonia è stata il primo pensiero del presidente del Consiglio Europeo (ed ex primo ministro polacco) Donal Tusk, che giovedì scorso aveva annunciato un incontro con l’attuale presidente Duda proprio per discutere della crisi in atto ed evitare la “marginalizzazione polacca”.

 

Liliana Farello

Aquilana, classe '93, attualmente studio Relazioni Internazionali alla Sapienza di Roma. Nel mio futuro mi piacerebbe vedere cosa c'è dall'altra parte del mondo, ci sto lavorando.

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