Il futuro del lavoro è nelle soft skills

Empatia e creatività saranno tra le qualità di maggior rilievo nel nostro futuro professionale

Il futuro del lavoro verterà tutto sulle competenze. La vera sfida non riguarderà tanto quelle tecniche da acquisire attraverso una formazione continua, quanto su quelle trasversali, comunemente definite soft skills. Una serie di capacità declinabili in ogni settore di attività professionale: saper ragionare su problemi complessi resta la qualità in cima alle preferenze dei recruiter e degli imprenditori che assumono, perché la volatilità delle situazioni aziendali e di mercato implica cambiamenti di rotta continui, che investono sia la componente micro (l’azienda) che quella macro (comparti, mercati). Non a caso il World Economic Forum, nella piramide delle competenze richieste per il 2020, indica questa qualità al vertice assoluto. A ruota segue il pensiero critico, quello che ci consente di analizzare in profondità le dinamiche, magari lavorando con altri specialisti in ottica interdisciplinare e, perché no, avendo la facoltà di mettere in dubbio le certezze acquisite, ripensando di continuo l’esistente con creatività e curiosità.

Empatia e creatività sono altre componenti dal grande valore aggiunto sui percorsi dell’innovazione, tracciati non certo come lunghi e noiosi rettilinei, per cercare sempre nuove soluzioni: se pensate che la cosa sia logorante per il nostro cervello, sappiate che queste facoltà ci metteranno al riparo dal tema della “sostituibilità”, in un mondo che sta già vivendo una massiccia invasione di robot e algoritmi un po’ in tutti i settori produttivi.

Da dove partire, allora?

Poiché non ci sono ancora percorsi istituzionali che preparano alle soft skills, non resta che esercitare un profondo auto-ascolto per sondare la nostra predisposizione a queste competenze, il cui apprendimento è sì faticoso, ma possibile. Si potrebbe iniziare a studiare quella facoltà che il World Economic Forum non classificava affatto tra le top skills del 2015, e che è invece entrata di prepotenza al sesto posto nella graduatoria previsionale del 2020: parliamo della galassia che ruota intorno al concetto, intangibile ma profondo e rivoluzionario, di “intelligenza emotiva”, che lo psicologo statunitense Daniel Goleman rappresentò in un bellissimo libro del 1996, ancora oggi attuale e molto affascinante. Leggendolo, cambierà il nostro modo di rapportarci al concetto di intelligenza, che troppo a lungo ha utilizzato i rigidi e un po’ asettici parametri del QI (Quoziente Intellettivo) senza considerare le varianti profonde del QE (Quoziente emozionale), che ha un ruolo di primo piano nella gestione dei comportamenti, nel sapersi districare tra le complessità sociali e nel prendere decisioni che ci guideranno verso risultati positivi.

In un mondo sempre più robottizzato, insomma, saranno le emozioni a fare la differenza, regalandoci una marcia in più che sarà indispensabile se vorremo comunicare meglio, ma anche se dovremo ricaricarci dopo un colloquio andato male o dopo un errore che ci ha segnato. Studiare le tematiche connesse all’intelligenza emotiva ci darà le chiavi per conquistare quell’autoconsapevolezza che ci farà percepire meglio le nostre emozioni, e una certa dose di consapevolezza sociale che ci farà recepire con maggiore efficacia gli input che arriveranno dagli altri e dall’ambiente circostante.

In un mondo sempre più liquido, in cui l’area della precarietà si allarga, i cambiamenti sono repentini e lo stress è sempre più parte integrante della nostra vita, imparare a gestire l’aspetto emotivo e relazionale sarà determinante. Prima lo si comprende, meglio è.

Vito Verrastro

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