ll cerchio a giudizio: una sentenza del TAR rende negoziabile e trasparente l’algoritmo

La magistratura interviene sulla chiarezza degli algoritmi

Sapere è bene, ma sapere tutto è meglio”.

E’ l’aforisma chiave del film The Circle che in questi giorni ci racconta un possibile epilogo orwelliano dei social network. Il motore di questa possibile conoscenza globale è l’algoritmo, ossia un principio attivo, una sequenza matematica, che ottimizza la soluzione automatica di un problema. L’ algoritmo è da tempo accanto ad ogni nostra attività e ci sta impaginando la vita, inducendo linguaggi e pensieri, sempre più istintivamente.Come ci spiega nel suo saggio la Matematica degli dei e gli Algoritmi degli uomini (Adelphi) Paolo Zellini:

“la matematica insegue sempre e comunque un principio di economia: la ricerca del   percorso minimo per ottenere uno scopo prefissato”.

Esattamente attorno a quello “scopo prefissato” che si sta giocando la partita. Ossia come rendere trasparente e dunque regolamentare, la possibilità di definire scopi da parte dei grandi produttori di algoritmi. Una necessità legata al fatto che oggi le forme di intelligenza artificiale, di cui gli algoritmi sono la struttura, presiedono a funzioni nevralgiche e sempre più discrezionalità  dei nostri comportamenti. Un ruolo strategico che viene svolto nella più assoluta opacità. La natura e la struttura di questi dispositivi che noi usiamo quotidianamente, dalle banali query che facciamo su Google, alle forme più sofisticate di archiviazione e di comunicazione digitale dei social, è del tutto riservata e proprietaria. Mentre la funzione che svolgono questi sistemi ha una grande rilevanza pubblica.

INTERVIENE IL TAR SULLA TRASPARENZA DEGLI ALGORITMI

Proprio su questo aspetto del problema è intervenuta nei giorni scorsi una sentenza del TAR del lazio, che rispondendo ad un ricorso sui meccanismi di organizzazione delle graduatorie degli insegnanti elaborate per conto del MIURS da società informatiche, ha sentenziato che proprio gli algoritmi che presiedono a questa azione devono essere trasparenti e aperti, in modo da poter accedere ai codici sorgenti. Una vera impennata di sovranità da parte della magistratura, che si trova, anche in questo campo a dover supplire alle lacune della politica. Infatti il principio affermato dalla giustizia amministrativa è di grande rilevanza e di estese conseguenze: si afferma infatti che l’ algoritmo è un sistema vitale e delicato che non può rimanere riservato, nemmeno per tutelare gli statuti proprietari, ma proprio per la sua pervasività e discrezionalità  nell’ organizzare la nostra vita, deve essere trasparente, come le formule dei farmaci omologati.

SCENARI FUTURI

Si apre così una nuova prospettiva, in cui ogni soggetto che si vede è organizzato e guidato da una intelligenza automatica può reclamare il diritto a sapere come e con quali fini questa intelligenza è stata elaborata e implementata. Si coglie qui un buco nero proprio della cultura istituzionale che non ha ancora elaborato procedure e culture per tutelare questi diritti di cittadinanza. Come ha denunciato tempo fa il professor Luciano Floridi, uno dei più accreditati filosofi digitali, che insegna ad Oxford:

“Il mondo socio-politico ha delegato al mondo privato-imprenditoriale il disegno e la gestione dell’ architettura dell’ informazione. Facebook, Google, Twitter, e poche altre società, controllano importanti aree della nostra infosfera. Questo ha generato efficienza e flessibilità ma anche un vuoto di accountability”.

Un vuoto che deve essere colmato. Anche perché ormai gli algoritmi non organizzano solo l’ informazione ma interferiscono con la nostra salute e la nostra vita sociale, siamo in una società  governata ormai per mezzo di algoritmi, che, ci dice Nicolas Carr :

“in una società  automatizzata il potere è esercitato da chi controlla l’ automatizzazione”.

Da oggi siamo meno controllabili, grazie alla sentenza del TAR e abbiamo una possibilità  in più, come giornalisti, come ricercatori, come cittadini di uscire dal Cerchio che vuole sapere e controllare tutto.

 

 

Michele Mezza

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