Nelle primarie i voti si contano ma i tweet si pesano: le dinamiche della democrazia dell’ascolto

Interrogare la rete per intuire il futuro elettorale

Il 3 novembre del 2008  venne pubblicato in rete un grafico che fotografava la differenza di rilevanza in rete fra  due candidati alle elezioni presidenziali americane che si sarebbero tenute l’indomani:

Barack Obama e John Mc Cain. Incredibilmente il valore digitale coincise con il distacco elettorale che si misurava nelle urne l’indomani.

Per la prima volta, in maniera esplicita e spettacolare, la rete coincideva con la vita reale. Allora i dati erano ancora quantitativi. Si misurava il contatto e la frequentazione dei siti. Si disegnava allora il primo grafo elettorale che dava forma dinamica al processo di connessione della proposta di Obama con i suoi elettori.

Ma gia allora si intuiva quale sarebbe stata l’evoluzione del fenomeno. Come non mi stanco mai di riportare, la chiave di interpretazione di quel rito ancora sciamanico di interrogare la rete per capire il futuro elettorale, la propose David Axelrod, il principale architetto della vittoria di Obama che spiegava come il giovane deputato dell’Illinois “non vinceva perchè usava la rete per parlare con i suoi elettori, ma perché la usava  per far parlare gli elettori fra di loro”

L’interattività è il motore e la ragion d’essere di Internet; in base all’interattività, ossia ad una relazione tendenzialmente paritaria e permanente fra soggetti distinti e distanti, si  misura la sua efficacia.

La politica faticosamente sta metabolizzando questo fattore. A rendere ostica l’adeguamento alle logiche della rete sono proprio i due termini che qualificano le relazioni in rete: paritaria e permanente.

Trump, nelle ultime presidenziali del novembre scorso, cogliendo l’opportunità  che gli veniva offerta da una congiuntura sociale di grande sofferenza che produceva, anche nel paese più ricco del mondo, malcontento e rancore, ha adattato la legge di Axelrod a suo uso e convenienza, usando proprio il malcontento di intere aree sociali e di interi territori come collante e identità, limitandosi a dare ai suoi  elettori quello che loro chiedevano.

Diciamo che Trump è stato il primo fruitore passivo della dinamica della rete. Non ha prodotto community, ma ha imitato e riprodotto le community che esistevano, insinuandosi in esse con il proprio furbesco camaleontismo. La rete  in quel caso è stata usata come grande sistema di consegna a domicilia del proprio messaggio, grazie ad una complessa e costosa operazione di cartografia degli stati d’animo da strumentalizzare con le proprie proposte.

In quel modo, come spiega bene Marco Revelli nel suo ultimo libro Populismo 2.0 “il populismo di Trump non si basa sulla voglia di rivolta ma sull’ansia di vendetta dei suoi elettori”. E quando si cerca vendetta non si va per il sottile, si usa quello che c’è, persino un miliardario reazionario e avventuriero.

Un fenomeno non dissimile da quanto è accaduto in Inghilterra con il voto popolare sulla Brexit. Ma non a caso Trump e lo stesso leader degli isolazionisti inglesi come Farange sono due non politici di formazione, e soprattutto non hanno un partito da costruire e gestire, ma solo un sentimento da amministrare.

Mentre un leader di partito che si immerge nella rete si trova appunto alle prese con l’ ingombrante e invadente domanda dei suoi militanti di le relazioni paritarie e permanenti. Un’accoppiata questa tra paritarie e permanenti che riclassifica l’idea stessa di politica, e più in generale riconfigura qualsiasi processo di intermediazione. Accorciare le distanze e reiterare la relazione fra un vertice politico e la sua base, significa ineludibilmente modificarne autorità e rappresentatività. Esattamente come sta accadendo in altri mondi della mediazione, come l’informazione, la scuola, la sanità. Un esempio lo verificheremo proprio in queste ore con le primarie del PD. Una scelta che rimane coraggiosa, quanto inedita,  per un partito di massa, quello di esporre il proprio vertice ad un giudizio popolare. Ma questa scelta non è recintabile nè limitabile ad un semplice plebiscito: ormai il vaso di Pandora è stato  scoperchiato e sempre più cresce una domanda, appunto, di relazioni paritarie e permanenti, che seleziona e smaschera le leadership.

Le elezioni francesi, con il prossimo turno del 7 maggio, hanno reso spettacolare la differenza di rapporto con gli elettori dei due candidati che sono giunti al ballottaggio. Macron, per la natura e identità della sua base, tipicamente metropolitana, globalizzata e consapevole, ha dovuto impegnare i suoi collaboratori in una conversazione continua con gli elettori, negoziando interi pezzi del programma, mentre la Le Pen e Melechon, i due avversari che da versanti opposti hanno mietuto i consensi più periferici, hanno potuto limitarsi ad usare la rete come un megafono, una clava, che veniva bandita per lanciare proclami e coltivare le cosidette “hate rooms”, le camere d’odio in cui vengono rinchiuse le community digitali estreme. Due stili che indicano quella che ParagKhanna, il nuovo sociologo del modello Singapore, nel suo libro Connectography, indica come “competitivita mediante connettività”. La qualità  e la dinamica dei contatti digitali che oggi bisogna pesare e decifrare per capire chi può vincere.

Per tornare al Pd i dati ci dicono che Renzi ha stravinto sulla quantità: massimi indici di rilevanza digitale, e incrementi esponenziali del saggio di interattività dei suoi tweet (1200 i contatti per un suo intervento digitale, mentre Orlando ed Emiliano non superano il centinaio).

Ma nel 2017 questo basta?

Oggi il valore aggiunto ce lo spiegano gli esperti di Advertising native. Non è più nè il contatto e neanche la lettura dei messaggi, i famosi utenti unici, quanto invece l’indice di condivisione e di replicabilità ad assicurare valore alla relazione. Bisogna in sostanza ascoltare più che parlare e soprattutto negoziare, costruendo rapporti contrattuali con ceti sociali e aree territoriali. E in questo gorgo di continuo marasma digitale, in cui il pulviscolo delle figure professionali si intrecciano e cercano una rappresentanza istituzionale, che si costruiscono le leadership, e soprattutto si stabilizzano i nuovi partiti a rete. Non è difficile, ma difficilissimo, come proprio oggi potremo constatare se, come si prevede, sarà fredda la risposta ai comizi digitali dei tre candidati. Si tratta di mutare radicalmente il ruolo del leader e la struttura del partito, rendendo tutto occasionale, provvisorio, momentaneo. Senza rendite di posizione.

Un impegno non dissimile da quanto proprio questo spazio del web, News and Coffee, sta cercando di consolidare. Non una riproduzione in rete di logiche di promozione editoriale, dove la diffusione della testata era l’ indice del successo. Il valore sta invece nella capacità di far camminare in rete i propri contenuti, di allacciare relazioni con opinionisti e comunità, di far usare le proprie pagine per costruirne altre, in contesti anche diversi, come quelli di una pubblica amministrazione o di un’ associazione del terzo settore o di un’ azienda. E proprio la logica dei grafi, che misurano la condivisione e la cooperazione più che il consumo di un contenuto. Politica, editoria, istituzioni, ma anche scienza e tecnologia, oggi convergono su un medesimo piano di relazioni sociali, dove l’ indice di sussidiarietà, di attivismo, di decentramento delle informazioni ma anche delle decisioni diventa il punto di incontro fra chi promuove e chi riceve, fra chi dirige, e chi esegue, fra chi sa e chi impara. Un cambiamento copernicano che ci dà almeno ragione di quanto sta accadendo, nel bene e nel male, attorno a noi.

Michele Mezza

0 Commenti

Nessun Commento!

Non ci sono ancora commenti, ma puoi prima commentare questo articolo.

Lascia una risposta


Warning: Illegal string offset 'note' in /home/caffecar/public_html/newsandcoffee.it/wp-content/themes/dialy-theme/functions/filters.php on line 223
<

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.