No Country For Lazy Men

L'etica lavorativa dei giocatori NBA

“La fortuna non esiste. Esiste l’occasione che incontra il talento”.

 Lucio Anneo Seneca e una delle frasi più belle di tutti i tempi.

Il perché sia una frase così bella me lo sono chiesto tante volte, e altrettante volte non sono stato in grado di darmi una risposta. Quel che è certo è che mi ha colpito e spesso, come fanno le  grandi frasi, mi torna in mente. Dissezionandola, scavandoci dentro e rigirandola però ho capito una cosa: esiste l’occasione d’accordo, e pure il talento fa la sua parte, ma senza il lavoro duro non si incontreranno mai.

Se parliamo di sport in generale e del basket in particolare, le storie (e le leggende) legate al work hard si sprecano, così mi sono limitato a scegliere due protagonisti, più una sorpresa finale, per raccontare quanto conti il duro lavoro nella carriera di un vincente.

 

Kobe Bryant

Il workaholic per eccellenza del basket americano.

Senza dimenticarci che Kobe Bryant è un essere umano discretamente portato al gioco della pallacanestro, non ha mai fatto mistero che per lui non esiste domenica, non c’è estate e che il riposo non è qualcosa di culturalmente accettabile. È ossessivo a tal punto che ha scelto il suo (secondo) numero di maglia, il 24, “per ricordami sempre che il lavoro è 24/7: 24 ore, 7 giorni su 7”. E no, non è una dichiarazione da copertina: per lui non esiste davvero riposo. Una prova?

Raduno di Team USA a Las Vegas. La stagione NBA è finita da poco e i Lakers di Bryant hanno perso il titolo contro i Celtics da una decina di giorni.

Sono le 8 del mattino, mentre Wade e Bosh, due punte di diamante del roster a stelle e strisce, stanno facendo colazione in albergo, vedono arrivare Kobe madido di sudore per una sessione di allenamento completa. Significa che stando stretti, Bryant si stava allenando dalle 4.30/5 del mattino.

Eravamo tutti superstar di primo livello. E poi c’era Kobe, che spingeva l’asticella più in su”, ha raccontato Bosh. “Fu qualcosa che ci fece riflettere molto sul senso di essere giocatori e sul  perché eravamo lì”.

Per Kobe un workout completo prima dell’alba non è nulla di eccezionale, lui non voleva dimostrare niente, perché quella è la sua ordinaria routine fin dai tempi del liceo: pare si sia fatto costruire un campetto sotto la camera da letto per non smettere di allenarsi durante l’estate.

L’ossessione è naturale” racconta lui stesso sulle colonne di Players’ Tribune e l’ossessione arriva ovunque, non si limita solo al gioco: nel 2008 ha chiesto alla Nike di togliere qualche millimetro dalla suola delle sue scarpe, perché aveva notato che in quel modo “ho un tempo di reazione ridotto di un centesimo di secondo”.

 

Dirk Nowitzki

Nowitzki è il primo europeo della storia a essere nominato MVP della NBA. Basterebbe questo per descrivere il peso specifico che ha avuto il #41 di Wüzburg nella Lega americana. Quello che non racconta in modo esaustivo però, è come ci sia arrivato fin lì.

Senza voler spoilerare nulla della sua storia, che ho raccontato nei due video che trovate in fondo a queste righe, è importante sottolineare come Dirk, nonostante un talento fuori dal normale e un’etica lavorativa impareggiabile (“È al mio livello di ossessione” ha detto Kobe Bryant), non sia arrivato da solo al titolo di Miglior Giocatore e soprattutto all’anello di Campione NBA.

In tutti questi successi c’è nascosto Holger Geschwindner, uno dei mastri del vecchio continente, negli ambiti “pallacanestro” e “fisica applicata”.

Geschwindner iniziò ad allenarlo, quando Nowitzki aveva 15 anni. I suoi metodi d’allenamento erano criticati da molti e ridicolizzati da tutti: per allenare la mobilità dei piedi del ragazzo, lo faceva tirare di scherma, e invece di mandarlo in sala pesi, lo portava a pagaiare sul lago. In tutto questo ovviamente il riposo era una parola che stava parecchio al di fuori dal suo vocabolario.

Nowitzki 213cm per 110 kg e un’immane quantità di fibre muscolari
Geschwinder 192cm e giusto qualche primavera in più di un top10 NBA

Dopo anni di allenamenti individuali con Nowitzki e grazie alle sue conoscenza fisiche (si definisce l’Einstein del basket), su richiesta dei Dallas Mavericks, l’unica franchigia NBA per cui abbia giocato Nowitzki, Geschwindner ha ideato e scritto un software in grado di parametrare e allenare ogni aspetto della tecnica di tiro del tedesco: grazie a questo programma Dirk Nowitzki è in grado di conoscere l’angolo in cui deve posizionare il piede per tenere lontano il difensore mentre è in aria per un tiro in sospensione, o sapere quanti respiri deve fare prima di tirare.

L’obiettivo di Nowitzki e Geschwindner non è solo fare canestro, ma farlo in modo perfetto.

Nowitzki si concede al massimo due settimane di vacanza, immediatamente finita la stagione con i Mavericks. Dopodiché passa l’estate ad allenarsi in Germania con Geschwindner, ed è anche per questo motivo che lui praticamente non ha sponsor.

Secondo una classifica molto americana, Nowitzki è stato per almeno due stagioni il cestista più desiderato dai brand: nonostante questo, continua ad essere il testimonial di soli due marchi, gli stessi da quando iniziò nel ’98 la sua carriera NBA.

Non voglio passare la mia estate da un evento all’altro. Voglio pensare al giusto riposo, alla famiglia e a diventare un giocatore sempre migliore”.

 

BONUS TRACK: Mark Cuban

Mark Cuban è il presidente in t-shirt dei Dallas Mavericks. Attorno alla sua figura girano leggende e aneddoti divertenti, ma quello che spesso viene dimenticato è il suo passato da imprenditore geniale.

Mark è il figlio statunitense di una famiglia della middle-class di origini russe. Laureato in Business Administration a Bloomington “perchè era tra i 10 college più economici degli Stati Uniti”, dimostra il suo spirito imprenditoriale in imprese che lancia e rivende con ricavi sempre maggiori.

Il suo più grande successo imprenditoriale è certamente il sito broadcast.com, che vende a  Yahoo per 5.7 miliardi di dollari.

Per anni non sono mai andato a dormire prima delle 2 di notte. Per costruire la fortuna, ci è voluta una montagna di lavoro. Stavo alzato fino a tardi per leggere di nuovi software e tecnologie che stavano uscendo e cercavo di imparare come utilizzarle per il mio business. Non ho fatto un giorno di vacanza per 7 anni”.

Quando nel 2000, prima dello scoppio della bolla di internet, vendette il suo portale, decise di dedicarsi alla sua grande passione: i Dallas Mavericks.

Amo il basket, certo, ma quello che mi interessava erano i Mavericks. Quando chiesi a Ross [Perot Jr., l’allora proprietario ndr] a quale cifra era disposto a vederli e lui mi risposte “285 milioni  di dollari”, firmai immediatamente l’assegno. Non feci nemmeno una controproposta. Volevo  questa squadra”.

Al di là degli aneddoti divertenti e delle storie assurde legate a Cuban, è importante conoscere la sua storia, perché sì ha avuto fortuna, un incredibile talento per gli affari, e ciò nonostante, lui non ha mai tolto il piede dall’acceleratore.

L’uguaglianza del sudore è la più importante che esista. Devi conoscere il tuo mercato e la tua compagnia meglio di chiunque altro. E in ultimo: ama quello che fai, o semplicemente non farlo”.

 

GUARDA LA STORIA DI DIRK NOWITZKI

 

Lorenzo Baravalle

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