La settimana del Rosatellum, ovvero quando il cambiamento è solo un’impressione

La macchina dello Stato ha scelto le proprie regole per proseguire la corsa. Ma verso dove?

È una settimana calda quella che ci siamo lasciati alle spalle: il Rosatellum, approvato anche al Senato a colpi di fiducia, sarà ormai la legge elettorale con cui si andrà a votare nel 2018 – se va bene, bene; se non va bene, via. È stato più o meno il ragionamento di Piero Grasso, presidente del Senato, che proprio all’indomani del voto ha chiuso con il Partito Democratico. “La fiducia sul Rosatellum è stata una sorta di violenza”, ha dichiarato il senatore. “Che un presidente del Senato debba passare una legge redatta da un’altra Camera senza poter cambiare nemmeno una virgola è una sorta di violenza che ho voluto rappresentare con la mia scelta. Per rispetto delle istituzioni l’ho fatto dopo e non prima il voto”, continua su Repubblica.

Un gesto forte, dalle implicazioni pesanti. Se a non condividere la modalità con cui è stata votata una legge è la seconda carica dello Stato, infatti, quale legittimazione può allora vantare agli occhi di chi, sulla base di quella stessa legge, andrà a votare? Il Rosatellum infatti disciplina le cosiddette “regole del gioco” della politica. In questo momento, siamo ancora alla fase della partita in cui vengono lanciati i dadi per decidere a chi spetta la prima mossa – e quale giro seguire per distribuire le carte.

Ecco dunque un Mattarellum “al rovescio”: circa un terzo dei seggi verrà assegnato con il maggioritario, nei collegi uninominali, mentre per i restanti due terzi si voterà con il proporzionale. Tutto ciò si traduce in una corsa alla coalizione che vede il centro-destra chiaramente avvantaggiato – perché, in ogni caso, una volta in Parlamento ogni partito potrà riprendere la propria strada -, il Partito Democratico in difficoltà, il Movimento 5 Stelle spacciato.
Dando un rapido sguardo ai primi sondaggi, infatti, il quadro che viene fuori potrebbe tranquillamente intitolarsi “impasse“: nessuna maggioranza schiacciante, i 5 Stelle inoffensivi e il centro-destra pronto ad andare in frantumi non appena preso posto a Palazzo Madama e Montecitorio.

Dunque? Dunque niente. L’importante è essere riusciti a restare in sella al proprio cavallo, senza aver perso troppo terreno. A condurre il Paese, a garantire una sorta di governabilità, ci si penserà in un secondo momento. Più nello specifico ci si penserà quando i nodi verranno al pettine, ovvero all’indomani delle elezioni: quando la necessità di una coalizione farà in modo o che la sinistra “più a sinistra” del Pd di Renzi si ammorbidisca, oppure che i frammenti del centro-destra decidano di trovare una direzione comune da seguire. E i 5 Stelle resteranno a guardare.

L’importante però è anche continuare a correre: chi su di un treno lanciato lungo l’Italia (Renzi), chi percorrendo in lungo e in largo la Sicilia (i grillini), chi magari senza spostarsi troppo fisicamente ma forzando i propri confini mentali ed eliminando dal proprio simbolo quel “nord” da cui era iniziato tutto (Salvini). Correre, dunque, per qualche seggio in più. Che poi gli equilibri restino sempre gli stessi e, con loro, il pantano in cui sono ormai invischiate leggi (ius soli, solo per nominarne una) di cui invece il nostro Paese avrebbe bisogno per allinearsi ad una democrazia degli ultimi anni Dieci del XXI secolo, poco importa.

 

Liliana Farello

Aquilana, classe '93, attualmente studio Relazioni Internazionali alla Sapienza di Roma. Nel mio futuro mi piacerebbe vedere cosa c'è dall'altra parte del mondo, ci sto lavorando.

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