I trostkysti della rete: il pentimento di Twitter

Uno dei fondatori di Twitter porge le sue scuse per aver permesso a Trump di diventare presidente. Ma è davvero così?

Si allunga la lista dei pentiti della rete. Dopo lamenti di alcuni dei primi esegeti del digitale come palingenesi di tutti i mali, come ad esempio Nicolas Carr, ora si apre la schiera dei monopolisti dell’algoritmo.

Evans Williams, uno dei fondatori di Twitter si dice colpito per il degrado dei social e porge le sue scuse per aver permesso a Trump di diventare presidente.

Bisognerebbe rassicurare l’affranto miliardario della Silicon Valley, grazie a Dio lui, con i suoi giovani colleghi di patrimonio, non sono la causa di niente nella politica vera, semmai strumento e conseguenza.

Pensare che sia stato Twitter ad aver promosso la presidenza Trump, sarebbe come dire che la rivoluzione russa è stata causata dal treno che condusse alla stazione Finlandskaja Lenin nell’ottobre del 17. Quei 10 giorni che sconvolsero il mondo, come titolò il grande inviato americano John Reed, ebbero ben altra causa ed incubazione. E soprattutto bel altra dinamica. La degenerazione di quelle aspettative non fu causata, come pensava ad esempio Leone Trostky, uno dei grandi leader dell’ottobre sovietico, dal tradimento di Stalin, quanto dalle materiali condizioni sociali e dai soggetti sociali che agivano su quella scena. Stalin fu l’abile e occasionale interprete di quella alleanza fra operai della grande impresa statale e apparato burocratico di controllo, alleanza sulla quale poggiò per 70 anni il potere del Cremlino.

Anche in questo caso, l’evoluzione di un fenomeno come è stata la rivoluzione russa, mi pare offra varie analogie con quanto sta accadendo in rete.

Williams si lamenta di un avvelenamento dei social che, contrariamente alle sue aspettative, non hanno risolto tutti i problemi dell’umanità. Ma perché mai doveva capitare? perché un fenomeno storico e un dispositivo tecnologico di per sé dovrebbero risolvere i problemi del pianeta? quando mai è capitato senza che intervenisse un conflitto sociale? senza che gli attori concreti del fenomeno negozino i propri destini? cosa è accaduto con la stampa o con le scoperte dell’america, o ancora con l’elettricità? Ogni svolta epocale ha sempre avuto inizialmente, rispetto alle promesse, un epilogo diverso e poi, grazie all’intervento di altri soggetti- come gli artigiani delle città rinascimentali, o i fuoriusciti dalle persecuzioni religiose nel nuovo mondo o, ancora, i primi professionisti della velocità elettrica- si è riconvertito ad un regime condiviso e civile.

Esempio primario che abbiamo proprio alle nostre spalle è il fordismo industriale che ha portato lo sviluppo nel mondo. Cosa era la fabbrica all’inizio del 900? Un inferno di sfruttamento e nocività bestiale, altro che i social. Grazie ad una graduale pratica di conflitto sociale e di negoziato politico il capitalismo industriale è stato civilizzato e reso un fattore di benessere in tutto il pianeta, con il welfare e gli statuti del lavoro.

La rete oggi è più o meno alo stadio del primo decennio del XX secolo, quando i futuristi annunciavano un’età della modernità veloce che avrebbe trascinato l’umanità in un nuovo mondo confortevole e accogliente. Nello stesso tempo in cui i poeti declamavano i versi di Marinetti e contemplavano i quadri di Depero e Boccioni, prendeva forma una cultura di straordinario vigore e spessore contrattuale, per la quale gli ingegneri delle fabbriche si trovarono dinanzi una schiera di straccioni che cominciavano a discutere di organizzazione scientifica della produzione ed a contestare gli eccessi del taylorismo.

Ma qual è il soggetto negoziale della potenza di calcolo? Questo è il vero  tema della modernità, altro che le ubbie moraliste di miliardari in cerca di consolazione. Il vero totem attorno a cui si balla è la dinamica sociale che la rete può animare.

Ovviamente ogni trasposizione meccanica dal passato è una pura illusione. Non si tratta di mettere in campo quello che qualcuno ha definito cognitariato, per assonanza elementare con il proletariato industriale. La rete è un ambiente dove si procede in virtù del sapere e delle ambizioni dei soggetti. Allora quali sono oggi i soggetti che possono costringere i giganti dell’algoritmo, come Google e Facebook, a sedersi ad un tavolo negoziale? Io penso che oggi due siano le figure in grado di reggere questa competizione: le città e le comunità professionali. Oggi le grandi metropoli europee, come Roma, Parigi, Londra, ma anche Napoli, Barcellona e Manchester possono, in virtù del loro peso nell’economia digitale e della loro capacità di abilitare i nuovi format reticolari, costringere i service provider a discutere e adattare la loro potenza di condizionamento. Altrettanto potrebbero fare categorie come i giornalisti, i ricercatori, il network di scienziati o gli apparati della pubblica amministrazione, i quali possono svelare e denunciare i meccanismi di coercizione che gli algoritmi predittivi impongono, aprendo una stagione davvero di grande e trasparente partecipazione. Confermando la grande intuizione di uno dei padri dell’intelligenza artificiale come Alan Turing secondo cui l’innovazione tecnologica si trova sempre lungo la stretta linea che separa l’intraprendenza dalla disubbidienza.

immagine da cnn.com

Michele Mezza

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