Campagna elettorale 2018, ovvero: come arrivare disuniti alle elezioni

A meno di due mesi dal voto, le coalizioni sotto alla lente d'ingrandimento

Il periodo della campagna elettorale non risponde alle ciniche regole valide nel resto della stagione politica: i motori sono caldi, la macchina di partiti e movimenti è pronta per essere lanciata nella corsa delle elezioni, v’è tutto un brulicare di notizie e dibattiti e commenti su qualsiasi pezzo di carta e schermo, tanto che sembra quasi che non avere un’opinione sia il peggiore dei delitti. I protagonisti della competizione elettorale, poi, sostenuti da una nutrita corte di vocal coach ed esperti di vario genere, sono impegnati attraverso le proprie parole a creare le narrazioni del noi e degli altri: con “noi” si identifica tutto ciò che è buono e giusto, l’onestà, la trasparenza, il progresso, il patriottismo, mentre gli “altri” – un gruppo che viene sempre dipinto come numericamente inferiore – incarnano i motivi per cui questo Paese non funziona come dovrebbe. I protagonisti della competizione elettorale, per convincerci a votarli, devono prima convincerci che siamo simili, che possiamo identificarci, che stanno intraprendendo questo percorso per rappresentarci e dare voce ai nostri interessi lì dove si decide.

Per un breve momento la cruda realtà politica viene messa da parte, almeno in apparenza, e si fa un gran parlare di sicurezzaeconomiastabilitàideologia. Si punta in alto, in un crescendo di promesse che a un orecchio allenato risultano immediatamente irrealizzabili, ma che hanno la qualità di saper parlare alla pancia degli elettori, di saperli confortare e di saper creare l’illusione di un “noi”, di un “tutti insieme”, così difficile da rintracciare nella nostra società liquida. La forza dei populismi è quella di saper proteggere i cittadini, di dare l’impressione di avere risposte alle minacce provenienti dall’esterno, spesso ingigantite o addirittura inventate dai protettori stessi e, che piaccia o no, questa campagna elettorale 2018 utilizza toni populisti indipendentemente dalla parrocchia di riferimento.

Proprio in virtù del “noi” che si sta cercando di costruire, molti degli sforzi dei principali protagonisti di questa campagna elettorale si stanno concentrando sulla solidità delle proprie coalizioni. Ma basta grattare delicatamente la superficie per scoprire una realtà quanto mai frammentata, tanto da sollevare dubbi sulla durata di questi accordi pre-elettorali.

A sinistra

Il centrosinistra ha fatto della propria frammentazione una caratteristica imprescindibile: non è un caso che il Partito Democratico abbia ottenuto i propri risultati migliori presentandosi come soggetto unico di riferimento alla sinistra dell’emiciclo. Oggi però la visione di Matteo Renzi è fortemente criticata, giudicata poco di “sinistra” per gli apparentamenti con Alfano e per alcune leggi lontane mille miglia dalla galassia socialista, come il Jobs Act. È per questo che dalla costola sinistra del PD è nato Liberi e Uguali, un partito che fa riferimento a Pietro Grasso, già Presidente del Senato, e che raccoglie un gran numero di scontenti di Renzi, come il “rottamato” Massimo D’AlemaPier Luigi Bersani, senza dimenticare la terza carica dello Stato Laura Boldrini. Con un programma incentrato sul  tema del lavoro, dal ripristino dell’Art.18, alle assunzioni nel pubblico impiego, LeU fa mostra di disapprovare il concetto smart di occupazione promosso dal PD negli ultimi anni e di auspicare un ritorno ai valori della redistribuzione della ricchezza, della “buona e piena occupazione” e dell’intervento dello Stato nell’economia.

A destra

La farsa del centrodestra è costruita in maniera più credibile. Non esistono partiti dissidenti, ma tre soggetti che hanno deciso di concorrere insieme, cioè Forza Italia, la LegaFratelli d’Italia (più Noi con l’Italia, che eredita lo scudo crociato della Democrazia Cristiana, ancora capace di far breccia nel cuore dei nostalgici). Ad oggi il centrodestra sembra l’unica entità capace di dettare l’agenda politica in maniera autonoma, con un programma estremamente dispendioso in cui si promette l’introduzione di una flat tax con aliquota da decidersi (al 20-23% secondo FI, addirittura al 15% per la Lega), l’istituzione di un reddito di dignità e l’introduzione di pensioni minime a 1000€. Il tutto da mantenersi con un costo di oltre cento miliardi di euro. I due soggetti principali in gioco, Forza Italia Lega, sembrano concordi nello spartirsi in maniera pressoché equa i collegi, una formula che per Silvio Berlusconi ha già funzionato in passato, ma resisterà la coalizione al momento di valutare la possibilità di un governo di larghe intese? Basterà l’accordo su temi generici come meno tasse, più sicurezza, controllo dell’immigrazione ad assicurare la stabilità del patto? Come si potranno conciliare la volontà di Matteo Salvini di eliminare la Legge Fornero e la cautela di Berlusconi sullo stesso tema? E saranno mai compatibili le posizioni sovraniste ed euroscettiche di Giorgia Meloni con quelle liberiste di Forza Italia?

Il terzo polo

La realtà del MoVimento 5 Stelle è quella più particolare. La scissione invisibile è cominciata: Beppe Grillo, il MoVimento delle origini da una parte, Luigi Di MaioDavide Casaleggio e le nuove regole dall’altra. Lealisti, contrari alle alleanze, contro realisti, aperti ad accordi post-elettorali. Recentemente, il comico genovese aveva chiesto di riavere indietro la proprietà del blog, prima simbolo di un MoVimento inscindibile dalla sua persona che ora si sta facendo via via sempre più autonomo. Le avvisaglie di un progressivo distacco si erano già palesate durante la campagna per le regionali in Sicilia, in cui Grillo si era fatto vedere solo nelle principali tappe di Catania e Palermo. Gli interventi sul blog sono sporadici e generici. Il mito dell’uno vale uno è stato accantonato già dai tempi del direttorio, e ora le voci riportate da L’Espresso echeggiano la delusione dei militanti che si vedono di fatto esclusi dalle “stanze dei bottoni”: un gruppo di cento militanti si è rivolto a un avvocato per sottolineare il conflitto d’interessi tra la nuova associazione rispetto a quella “originaria”, e anche Paolo Becchi, ideologo del MoVimento, si è rivolto con parole durissime al candidato premier Di Maio durante il programma “M” di Michele Santoro. Nonostante le voci discordanti, tuttavia, Grillo e Di Maio smentiscono le divergenze: che sia vero, o l’ennesimo stratagemma per tranquillizzare gli elettori?

Camilla Eva Trotta

Dal 1993 con furore, sulla mia tomba scriveranno "Qui giace colei che non era d'accordo".

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