È possibile costruire capitale sociale usando il digitale per potenziare l’analogico

Dobbiamo imparare ad adoperare la potenza del digitale per rafforzare la relazione person-with-person

Riuscirò a governare le mie relazioni quando gli algoritmi sapranno autoprogrammarsi?

L’idea che cresce in me in questi ultimi mesi è che il combinato disposto fra intelligenza artificiale, le previsioni di Singularity, le concentrazioni di potere economico, culturale, sociale, politico e finanziario dei nuovi Robber Barons di questo secolo finiranno per ridurmi in schiavitù, con un mio, almeno tacito, consenso. Ricevendo sì gli accessi, le conferme che mi aiutano psicologicamente a pensare di avere ragione, insieme alle velocità che desidero, ma privandomi della cosa più importante: la facoltà di “governare” le mie relazioni con gli altri, con le organizzazioni, e con gli stessi algoritmi.

Per alcuni amici – alla luce di un indubbio, crescente, pericoloso e drammatico degrado del pianeta nel suo complesso, del suo spirito di tolleranza e di umanità – questa prospettiva parrebbe auspicabile -faute de mieux. Con l’alibi psicologico che, comunque, gli algoritmi siamo noi umani a programmarli. Alibi labile perché l’onere si sposta sul terreno analogico, nel senso che alcuni saranno più autorizzati di altri a programmare, per le ragioni più svariate; e quindi, come dire: ‘back to square one’.

Eppure (suppongo proprio perché ho dedicato decenni a studiare, praticare e ragionare sulla qualità del governo delle relazioni) non riesco a rassegnarmi a questa prospettiva; anche perché previsioni credibili indicano che gli algoritmi saranno in grado di auto programmarsi anche senza il mio intervento e quindi, verosimilmente, potranno programmare sia noi che le organizzazioni.

Le condizioni per governare una relazione cambieranno?

La prima osservazione è che la relazione avviene fra una persona e un’altra persona, ma anche fra quella persona e una organizzazione, oppure con un algoritmo. Viceversa, e anche fra i diversi soggetti (algoritmo con algoritmo, con organizzazione e con persona, etc). Lo schema è dunque un po’ più complesso di quanto si possa pensare. Faccio un esempio: se provo a rendermi conto dello stato della mia relazione con il singolo lettore di questa nota, la scienza sociale mi suggerisce di valutare fra noi lo stato reciproco di fiducia, impegno, soddisfazione e influenza. Lo stesso procedimento vale se la relazione è fra il lettore e una organizzazione o fra il lettore e un algoritmo.

Valutare lo stato di una relazione (anche, e forse soprattutto, quella con mio figlio o mia moglie) è fondamentale perché mi offre la possibilità di compiere azioni per modificarla (in meglio o in peggio, sempre naturalmente dal mio punto di vista) e poi per verificare se l’obiettivo sia stato raggiunto.

La questione della identità: da Papa Francesco alla Bayer

In questo contesto affronto ora il tema che mi sta più a cuore: quello della identità e delle relazioni di questa con altre identità, allineate o disallineate che siano. Mi riferisco al tema delle diversità culturali. Nel suo viaggio di questi giorni al Cairo, Papa Francesco ha chiarito per l’ennesima volta che l’incontro reciproco fra identità diverse è la sola soluzione per raggiungere uno stato minimo di tolleranza in questo mondo così tormentato.

Così anche – e il lettore perdoni il brusco “salto” – solo qualche settimana fa il New York Times pubblicava un articolo in merito alla prospettiva di una integrazione fra Unilever e Kraft che analizza la profonda distanza di identità culturale fra i due colossi di beni di largo consumo, poi saltata perché gli stakeholder delle due organizzazioni, che ovviamente erano all’oscuro, si sono rivoltate rispetto all’ipotesi.

Una sorte non proprio così negativa toccò qualche anno fa alla tedesca Bayer quando acquistò l’americana Monsanto. L’errore di non avere attutito la fusione fra i due colossi spiegando agli stakeholder filo ambientalisti della Bayer la logica dell’operazione con la Monsanto degli OGM, è costato agli azionisti Bayer un prezzo maggiorato dell’operazione di molti miliardi di dollari.

Non ci vuole molto a individuare molte altre operazioni politiche, sociali, finanziarie, industriali che hanno prodotto turbamenti, scontri, guerre per carenza di attenzione preventiva alla qualità delle relazioni. Basta osservare le cose da quel punto di vista e la prospettiva cambia (per chi volesse approfondire, Jim Cameron dell’Università del Michigan monitorizza da anni i temi dell’integrazione culturale delle organizzazioni).

Per riattivare il capitale sociale, usare la potenza del digitale per rafforzare le relazioni analogiche

Passando a contesti a noi più vicini, Richard Putnam, oggi docente alla Kennedy School di Harvard, e famoso anche in Italia per avere studiato con ammirevole costanza la genesi e le dinamiche del capitale sociale in alcune regioni social comuniste del centro-nord Italia negli anni 70 e 80 del secolo scorso (oggi paurosamente crollate), intervistato qualche settimana fa su un giornale locale americano, di fronte alla domanda “ma cosa fare con Mary Sue, operaia in una fabbrica del Michigan, che ha votato per Trump?”, suggerisce di adoperare la potenza del digitale per rafforzare la relazione person-with-person (attenzione! non ptp, ma pwp!) per riattivare l’energia tutta analogica della relazione personale per arricchire la parte bridging (incontro fra identità diverse) del capitale sociale a scapito di quella bonding (integrazione fra identità simili).

Discorso difficile, me ne rendo conto, eppure essenziale non solo per affrontare seriamente le diversità culturali crescenti in Italia, non solo con gli immigrati, ma anche con i terremotati, con gli urbanizzati, con i giovani, gli anziani e così via. Concetto importante anche per le imprese e le organizzazioni sociali cui spetta ora anche rendicontare agli azionisti o ai volontari, in base ad una recente determinazione del Governo Italiano in applicazione di una direttiva europea, le dinamiche del capitale sociale.

Insomma, e per chiudere il cerchio: la qualità delle relazioni.

Toni Muzi Falconi

consulente di direzione, docente a contratto, scrittore, commentatore e polemista

3 Commenti

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    Pietro Spiriti Aprile 30, 2017

    Il capitale sociale nell’era della Rete cistituisce uno dei grandi dilemmi del nostro tempo. Intanto, occorrerebbe distinguere tra stock e flusso di capitale fiduciario: le generazioni del Novecento hanno trasmesso uno stock di capitale basato sulla relazionalita’ fisica; ora, il flusso di capitale scorre verso altre modalità relazionali, intangibili. In questo passaggio stretto, i Millenians si orientano verso altri valori, con una discontinuità capace di generare anche effetti traumatici. Non dimentichiamo che l’affermazione dei media del Nocevento, in particolare della radio, sono stati alla base dei totalitarismi del Secolo Breve. Quali orizzonti si preparano al tempo delka Rete ? In quale direzione ci porterà il capitale fiduciario del Network ?

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      Toni Muzi Falconi Maggio 01, 2017

      Caro Pietro,
      ti ringrazio.
      Penso che i millennial, come i decennial e i centennial fanno ‘tutto e il contrario di tutto’.

      Per me,la vera questione che abbiamo davanti come persone più o meno istruite che ci tengono ad alcuni valori è che ormai tu, io e anche i millennial abbiamo sostanzialmente abdicato al valore più prezioso: quello della relazione personale e dello scambio analogico fra persone diverse.
      In effetti questo è sempre stato un problema ma oggi, come scrive la grande Shirley Turkle del MIT, passata in un quindicennio da una esaltazione acritica ad una minuziosa e straordinaria osservazione della relazione digitale, il suo potere è pervasivo e assoluto, visto che le 5 imprese più grandi oggi in assoluto nel mondo sono Alphabet, Google,Amazom, Microsoft e Apple. Non sposo tesi luddiste, che pure esistono.
      Dico solo che dobbiamo attrezzarci, mantenere uno spirito critico e utilizzare il digitale per rafforzare la relazione analogica.
      che ne pensi? come affronteresti la questione di invertire la rotta oggi prevalente (dall’analogico al digitale)?

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        Pietro Spirito Maggio 01, 2017

        Il digitale è un universo antianalogico, per ora. Come si possa invertire questa tendenza alla incomunicabilita’ e’ difficile a dirsi. Probabilmente sarà necessario riflettere su come costruire un meocomunitarismo digitale.

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