Sull’uso e abuso di parole straniere in italiano

Il numero di parole straniere registrate nei vocabolari italiani è inferiore alla percezione che possiamo avere in base a quanto sentiamo tutti i giorni

Estremismi di qua e di là

Mi sento di dire che in Italia, in questo momento, esistano due correnti di pensiero ben distinte: una rappresentata da persone che usano parole straniere, soprattutto inglesi, a ogni piè sospinto (“Vado, ho una call”; “Dobbiamo discutere sul forecast del quarter”; “La location è eccezionale”; “Ecco i trick per non avere la pelle lucida”, “Questo è un must-have”), un’altra che con altrettanta pervicacia professa orrore per qualsiasi parola straniera, soprattutto se proviene dall’inglese (non ho mai visto grandi levate di scudi contro tsunami, per fare un esempio). Come mai esistono queste due fazioni? È forse così in tutti i paesi e in tutte le lingue? E quale sarebbe l’atteggiamento giusto?

Qualche nozione di storia linguistica: l’Italia fa da crocevia

Diamo, prima di tutto, una base storica a questo breve ragionamento. L’Italia, collocata com’è nel bel mezzo del Mediterraneo, è stata da sempre crocevia di persone, commerci e lingue. Nella nostra lingua nazionale, come pure nei dialetti, sono molto diffuse le parole derivate da altri idiomi: si pensi alla presenza dell’arabo nel veneziano, o dello spagnolo a Napoli, o del francese nel piemontese; ancora, ai numerosi prestiti integrali da altre lingue: sauna, finnico; vodka, russo; escamotage, francese;  panzer, tedesco. Sembrano tante, ma analizzando un dizionario elettronico come il GRADIT, Grande Dizionario Italiano dell’Uso, a cura di Tullio De Mauro (Torino, UTET, 2007), le parole classificate come esotismi sono circa 9.400. Saranno sicuramente aumentate negli anni recenti, ma se consideriamo che il numero totale di lemmi del GRADIT ammonta a circa 300.000, il fenomeno delle parole straniere assume decisamente contorni meno sinistri: per quante se ne sentano in giro, il numero entrato stabilmente nel vocabolario è decisamente inferiore.

Che ci siano parole straniere in italiano, quindi, è normale. D’altra parte, in questo momento storico è evidente che la parte del leone la faccia l’inglese. I motivi sono molti: un’indubbia rilevanza assunta da questa lingua nel mondo, soprattutto a causa del diffondersi dell’informatica e di internet (nate entrambe in ambito anglofono); una generalizzata fascinazione per la cultura angloamericana –  quando ero ragazzina, ho imparato l’inglese dalle canzoni di Madonna (eh, già!), mentre i ragazzi di oggi spesso guardano serie in lingua, magari con i sottotitoli fatti dai fan (i cosiddetti fansub); e l’importanza di questa lingua per capirsi a livello internazionale in molti settori: si pensi al marketing o alla moda.

Inglese a tutti i costi?

Detto questo, è altrettanto chiaro che si assiste, spesso, a un vero e proprio abuso di inglese: penso a tutti i casi in cui viene usato per “darsi un tono”, senza una reale necessità, magari rendendo anche più difficile la comprensione del messaggio: stepchild adoption aiuta davvero a capirsi meglio? Il professor Francesco Sabatini, presidente onorario dell’Accademia della Crusca, aveva proposto tempo addietro la traduzione adozione del configlio, a dimostrazione del fatto che spesso si possono trovare delle soluzioni alternative: abbiamo davvero bisogno di vision e di mission aziendali? O della review di un testo? O anche di call o speech?

La soluzione, quindi, sembrerebbe quella di non usare forestierismi tout court (appunto!), stando almeno alla fazione dell’italiano a ogni costo. Ma sarebbe possibile farlo, oggi?

Quando fummo autarchici

Non possiamo dimenticare un periodo decisivo per la storia dell’Italia: quello del Ventennio, durante il quale vennero promulgate anche leggi che vietavano esplicitamente l’uso di qualunque termine straniero in luoghi pubblici.

Vennero pubblicati interi elenchi di parole messe al bando; alcune di queste italianizzazioni coatte sono rimaste nell’uso, come tramezzino per sandwich  (inventato da quel grande onomaturgo che fu D’Annunzio), avanspettacolo per lever de rideau o cornetto per croissant; molte altre sono scomparse e anzi, oggi strappano un sorriso incredulo: arlecchino per cocktail, ritirata per WC (che forse alcuni ancora ricordano sui vecchi treni regionali, chiamati non a caso littorine), fiorellare per avere un flirt (per altri esempi, cfr. https://www.cartolinedalventennio.it/layout/curiosita/188-l-autarchia-linguistica). L’autarchia linguistica, però, non ha funzionato completamente: in realtà, solo parte delle parole proposte è rimasta nell’uso, e la scelta è stata fatta dai parlanti, indipendentemente dalle imposizioni. Il suo fallimento è anche dimostrazione del fatto che l’italiano è anarchico per vocazione, e qualsiasi tentativo di regolarlo dall’alto, normalmente, non va molto lontano: dall’alto si possono al massimo dare consigli, ma non imporre decisioni. I francesi hanno l’Académie française, gli spagnoli la Real academia española; ma mentre queste due istituzioni hanno potere prescrittivo, accettato peraltro di buon grado dai rispettivi popoli, l’Accademia della Crusca, in Italia, al massimo fornisce indicazioni.

I consigli di Francesco Sabatini per usare correttamente le parole straniere

Dunque, come al solito, va ricercato il giusto mezzo anche nell’uso delle parole straniere. Mi sento di proporre qui le quattro domande che suggerisce ancora una volta Francesco Sabatini nel suo libro “Lezione di italiano”, per verificare se la parola straniera che stiamo per usare ci serve veramente:

  1. “Sei veramente padrone del significato di quel termine?”
  2. “Lo sai pronunciare correttamente?”
  3. “Lo sai anche scrivere correttamente?” [Non come chi ha composto il testo della maglietta ritratta nell’immagine in evidenza… n.d.r.]
  4. “Sei sicuro che il tuo interlocutore lo comprende?”

Se non tutte queste condizioni sono soddisfatte, chiosa Sabatini, vuol dire che:

  1. “stai facendo una brutta figura”;
  2. “oppure usi quel termine per pigrizia”;
  3. “oppure disprezzi il tuo interlocutore”

Conclusioni che mi sento di sottoscrivere. Parole straniere? Adelante, ma con juicio.

 

 

Vera Gheno

Sociolinguista, specializzata in comunicazione mediata dal computer, PhD in Linguistica e Linguistica Italiana, insegna come docente a contratto all'Università di Firenze (Laboratorio di italiano scritto), all'Università per Stranieri di Siena (Laboratorio di alfabetizzazione informatica) e al Middlebury College (sede di Firenze; Sociolinguistica). Collabora con l'Accademia della Crusca dal 2000 e dal 2012 ne cura il profilo Twitter. Traduce letteratura dall'ungherese. Ha pubblicato un libro, "Guida pratica all'italiano scritto (senza diventare grammarnazi)" (2016, Firenze, Franco Cesati Editore).

5 Commenti

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    Monica agosto 03, 2017

    Interessante e istruttivo 😊 Però spiegami cosa c’e di sbagliato nel testo della maglietta. Io non trovo nessun errore, a parte la mancanza di uno spazio tra 809 e isole..?

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      Vera Gheno agosto 03, 2017

      “Privelege” invece di “privilege”! 🙂

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    Adriana De Caria agosto 03, 2017

    Personalmente penso che quando esiste un termine in italiano, trovo snob (e qui mi servo anch’io di un termine straniero) usarne un altro simile in lingua straniera. Mi chiedo perché si abbia preferito “privacy” al posto di “privacitá”, o “welfare” per riferirsi a un ministero, tanto per farne due esempi a caso.
    Del resto, é paradossale che tante di queste parole, sopratutto inglesi, provengano dal latino.
    Come non italiana e studentessa della vostra lingua, mi dispiace che tante volte non venga apprezzata quanto e come si dovrebbe: l’italiano é meraviglioso. Bisogna amarlo per difenderlo.

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      Vera Gheno agosto 03, 2017

      Cara Adriana, in linea di massima è quello che dice l’articolo. Cioè: limitare l’uso delle parole straniere ai casi in cui la parola straniera serve davvero, o perché dà qualcosa di più o perché non esiste un corrispettivo sintetico in italiano. Per il resto, purtroppo è vero che molti usano l’inglese per darsi un tono. Che molte parole inglesi derivino dal latino, invece, non è paradossale. Ovunque sia arrivato l’impero romano, è arrivata anche la sua lingua (e anche oltre). E i passaggi/rientri/contaminazioni tra lingue diverse sono avvenuti spesso, nella storia linguistica lontana e recente. A proposito: privacy in italiano sarebbe “riservatezza” 🙂

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