La “coperta corta” delle nostre certezze. Perché siamo tutti un po’ complottisti

Tutte le volte che leggiamo le colpe de 'i poteri forti”, la politica, le multinazionali', in realtà facciamo i conti con un’intera umanità che, alle prese con l’iperconnessione, fatica a stare dietro alla grande libertà che abbiamo acquisito nella conversazione pubblica costante

Diciamocelo: sui social siamo tutti, in un modo o nell’altro, un po’ complottisti. Un articolo di Vera Gheno mi ha spinto a riflettere sul perché abbiamo questa tendenza, che non è qualcosa che affligge solo alcune persone problematiche. Facendo un po’ di auto-esame, infatti, mi rendo sempre più conto che nelle conversazioni abituali online, soprattutto quelle che hanno a che fare con temi di attualità, ho un istinto ricorrente: quello di individuare il colpevole, il responsabile unico, l’elemento che spiega il tutto.

Uscendo dal mio caso personale e vedendo l’abituale svolgersi di interazioni sui social, si nota quanto questo istinto sia associato poi alla voglia di dare un nome al male: che sia maschilismo, cripto-fascismo, buonismo, credulità, piaggeria, tendiamo a definire con un’etichetta il pensiero dell’altro, ancora prima di averlo ascoltato, come per contenerlo e non dover fare la fatica di argomentare se abbiamo qualcosa su cui dissentire.Più che da ignoranza, aggressività o nervosismo (che pure c’entrano) credo che questo atteggiamento venga soprattutto dall’istinto umano basilare di voler risolvere e sistemare (almeno nel proprio immaginario) le questioni, potendole definire con precisione, individuando in modo netto anzitutto i cattivi, per potersi mettere dalla parte opposta (quella dei buoni). Per stare al sicuro, per non sbagliare, anche per evitare di esporsi troppo. La maggior parte delle volte, infatti, l’aggressività che genera simili commenti è proporzionale alla complessità delle situazioni che affrontano. Dai vaccini al problema dei migranti, dai casi di bioetica alle questioni politiche e economiche: tutte situazioni in cui l’animo umano avverte di essere di fronte a realtà difficili e impegnative che, proprio perché non soggette a soluzioni immediate e preconfezionate, inquietano. Da qui la reazione difensiva. Prendere in considerazione la complessità ci piace fino a un certo punto perché non è “coperta” dalle nostre certezze. Così come ci mette a disagio discutere con chi dice qualcosa di radicalmente opposto a ciò che pensiamo, incrinando il nostro mondo di sicurezze.

Di fronte a questi fastidi scatta l’autodifesa: è il momento di chiudere la vicenda, istituire un piccolo tribunale interno, veloce e pratico, per sentenziare al più presto un “la colpa è di..” e così definire senza zone grigie la propria posizione. Trovare un colpevole “altro”, possibilmente distante e molto più grande di sé e dell’interlocutore con cui si sta discutendo, è un modo per evitare lo sforzo di andare davvero fino in fondo sui diversi temi. Un esempio lampante è quando questa pratica scade in eccessi dai toni macchiettistici nell’uso di super-interlocutori generici – “i poteri forti”, “la politica”, “le multinazionali” – a cui spesso vengono date colpe su questioni che, invece, ci riguardano da molto vicino e investono le nostre relazioni sociali, la nostra partecipazione pubblica, il nostro modo di discutere e di usare Facebook nel quotidiano. Ritengo che sia importante osservare il fenomeno nella sua qualità ordinaria e universale e non ridurlo solo alle sue manifestazioni più paradossali e pittoresche. Non c’è infatti una schiera di complottisti composta da una categoria di umani speciali (che hanno qualcosa in meno) quanto piuttosto un’intera umanità che, alle prese con l’iperconnessione, fatica a stare dietro alla grande libertà che abbiamo acquisito nella conversazione pubblica costante.

Dare la colpa a qualcosa di grande e indefinito è un istinto che abbiamo tutti: dispensa dal dover prendere davvero su di sé il problema e capirne le reali e concrete conseguenze sulla propria vita e sulla propria realtà quotidiana. Se non altro quelle di dover approfondire di più prima di prendere posizione. Questo sforzo infatti, richiede sempre una certo disagio: quello di scoprire che poi, alla fine, ogni vicenda umana richiede un certo cambiamento personale: di vedute, di atteggiamento, di abitudini. Ammetterlo, riconoscerlo, è faticoso perché mette di fronte al vero responsabile di ciò che riguarda la nostra vita: noi stessi e il modo di vivere la libertà che ci siamo procurati.

Bruno Mastroianni

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