La laurea serve, è il lavoro che manca

I dati ci dicono che i laureati che si trasferiscono all'estero guadagnano stipendi più alti del 64% rispetto ai colleghi rimasti in Italia

Ma la laurea serve o no a trovare lavoro? Il consorzio universitario Almalaurea si impegna da anni per dirci che sì, altroché se serve quel pezzo di carta. Con l’ultimo rapporto, appena pubblicato e basato sulle risposte di 270mila laureati da 71 atenei nostrani, si conferma infatti il trend che è da sempre motivo ricorrente dei documenti dell’ente bolognese: al crescere del livello del titolo di studio diminuisce la disoccupazione. Insomma, laurearsi conviene.

Nel dettaglio, l’anno scorso – e tenendo presente la fascia 20-64 anni – il 78% dei laureati aveva un’occupazione contro il 65% dei diplomati mentre nel 2012 (numeri un po’ datati a dire il vero) un laureato guadagnava il 42% in più sul diplomato. Su livelli più o meno europei, sotto questo punto di vista.

Eppure appena qualche giorno fa l’Eurostat è tornata a bastonarci. E di brutto. Perché in Italia, nella fascia che costituisce il cuore della popolazione in età lavorativa (30-34 anni, il motore di una società), solo 26 persone su 100 posseggono un titolo di alto livello. Quest’altro rapporto fa riferimento agli standard dell’International Standard Classification of Education dell’Unesco, che comprende sia le lauree triennali che quelle magistrali. Non basta. I numeri dell’ente europeo entrano almeno apparentemente in conflitto con quelli di Almalaurea: secondo l’istituto lussemburghese solo il 53% di chi possiede una laurea riesce a trovare un lavoro nel giro di tre anni dalla discussione della tesi. Gli altri si arrangiano come possono.

Secondo Almalaurea a un anno dalla laurea risulta occupato il 68% dei triennali e il 71% dei magistrali. Ma a qualsiasi titolo, cioè probabilmente anche con formule totalmente precarie a cui difficilmente si può assegnare l’etichetta di lavoro dignitoso. Ci sono 15 punti di scarto fra le due fonti anche se i dati sono ovviamente diversi (quelli di Eurostat parlano di una forchetta triennale, quelli italiani annuale) ma è evidente che la situazione non sia esattamente rosea. Fra l’altro si continua a guadagnare poco, pochissimo: la retribuzione media è di 1.104 euro, dice Almalaurea, per i laureati triennali e 1.153 euro per i magistrali biennali. In aumento ma, anche in questo caso, a ritmi troppo blandi. Quasi ridicoli. Siamo inoltre nettamente sotto lo stipendio medio italiano, che è di 1.315 euro, già fra i peggiori d’Europa.

Non è d’altronde un caso che il rapporto segnali – anzi, confermi – la tendenza al trasferimento all’estero. In Italia il lavoro si trova poco, male e quando si trova è gestito male, con forme contrattuali imbarazzanti, e mal pagato. E la laurea, che pure serve, in realtà non serve tanto quanto come altrove.
Il 49% dei laureati si dice oggi pronto a partire, era il 38% nel 2006. Non è solo la ricerca di un Paese in cui i propri sacrifici possano essere ripagati meglio e le proprie passioni possano trovare realizzazione. È un sistema precipitato nell’impoverimento come regola, nell’esodo come meccanismo basilare, nel guardare altrove come prima scelta e non come alternativa. Se penso a una paragone, mi vengono in mente gli acquedotti italiani: perdono oltre il 38% dell’acqua che trasportano.

D’altronde un laureato su tre dice di non avere problemi a trasferirsi addiruttura in un altro continente e il 52% si dice disponibile a spostare anche la residenza. Questo significa che i legami, anche quando ci sono, possono essere superati senza troppi scrupoli né nostalgiche riflessioni. Come se non bastasse, chi decide di spostarsi all’estero per lavoro in genere viene da un percorso accademico migliore, con studi più regolari e voti più elevati. Non è certo il caso di scivolare su esternazioni come quelle del ministro del Lavoro Giuliano Poletti ma questi numeri dicono proprio il contrario del suo non troppo lontano “non sono necessariamente i migliori” quelli che se ne vanno: a quanto pare, invece, è proprio così.

Progettualità, futuro, compensi, famiglia. Fuori dal Paese che li ha formati (ironia della sorte, spesso benissimo) i laureati trovano in media stipendi più ricchi rispetto a quelli di chi è rimasto in Italia e ha lo stesso titolo incorniciato in salotto: i laureati magistrali emigrati guadagnano, a cinque anni dalla fine degli studi, 2.202 euro mensili netti: +64% rispetto ai 1.344 euro dei colleghi rimasti a casa. Game, set and match.

Simone Cosimi

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